Uno strano incontro

Quel caldo pomeriggio di maggio, una strana inquietudine mi spinse ad uscire da casa e a scappare dal caos della mia città, della mia vita.

Protetta nell’abitacolo della mia auto, mi lasciai andare contro il vento, contro l’ignoto, contro me stessa. Un tornado mi aveva preso nella sua spirale. I pensieri, spinti nel vortice del tempo e dello spazio, con sbalzi improvvisi, ora s’innalzavano nel cielo, ora planavano, fin quando uno strano oggetto volante mi tagliò la strada. Forse un uccello, forse un disco volante, forse la mia anima.

Le lacrime m’impedivano di definire ciò che mi veniva addosso.

Mi fermai in una piazzola. Scesi dall’automobile. Oddio, quanto mi ero allontanata dalla città. Di fronte avevo i monti Cimini. Coni verdi spuntati dal corpo bellissimo della terra e, per chi non sopporta la monotonia del pianeggiante, seni da accarezzare nella loro forma seducente.

Superai lo steccato che divideva la terra vestita di catrame nero da quella lasciata nuda.

M’inoltrai nel boschetto vicino. Alberi d’alto fusto respiravano l’aria inquietante di quel posto dove la luce fatica ad entrare tra i rami di faggi, querce rosse, platani, lecci, tigli e cedri. Ricordai all’improvviso le mie passeggiate da ragazzina, quando, d’estate, trascorrevo le vacanze dai miei nonni in campagna, ai piedi di una montagna, enorme e misteriosa per me. Chissà se andando avanti avrei trovato un ruscello simile a quello dove amavo fermarmi a veder scorrere l’acqua. Mi facevo domande sul percorso di quel torrente, sulla sorgente e sulla foce. Era come chiedersi da dove veniamo e dove andiamo. Il fluire di un fiume è come il fluire della vita. L’acqua sorge dalla fonte fresca, limpida… scorre, si nutre, inonda ed è inondata, s’increspa in percorsi ora tortuosi ora lineari… putrida e sofferente defluisce verso il mare, sino ad annullarsi nell’immenso, nell’infinito.

Crescendo, catapultata nei meandri dell’esistenza, intenta a cercare di mettere ordine, o meglio, disordine nella mia vita, avevo abbandonato quei percorsi della mente. Quanti fallimenti, quanti dolori, quanti far finta di niente, quanto cercare di soffocare i miei sogni, la mia curiosità. Un annullarmi nella superficialità del quotidiano, delle apparenze, della vita.

Camminavo da un bel po’ immersa in questi pensieri, quando dei rumori destarono la mia attenzione, la mia paura. Cosa facevo tutta sola in quel posto? Cosa cercavo?

Mi guardai intorno; su un sasso stava appollaiato uno strano uccello, grosso, tutto arruffato, di colore verde-marrone e con occhi grandi. Il suo sguardo smarrito m’intenerì. Dopo un attimo di perplessità, il mio istinto materno prevalse sulla paura e mi avvicinai. Lui non si mosse.

< Ciao, che fai qui tutto solo e triste?> Non mi aspettavo certo la risposta, ma lui cominciò a muovere il lungo becco e…. cavoli, parlò <Ti aspettavo. Sono lo struffello!>

Sbigottita, mi guardai prima intorno, pensando a qualche scherzo e, poi, balbettati < Lo struf-fel-lo?!>

Lo strano uccello disse < Sì, lo struffello. Hai ragione a stupirti, non tutti gli uccelli sono struffellati come me e, ancor di più, non credo che ci sia un altro animale che abbia la parola. Questo sembra essere un privilegio di voi uomini, quello che vi rende superiori a noi bestie. Oltre questo credo che oggi di differenze tra noi e voi non ve ne siano altre.>

L’animale continuò raccontando del suo incontro con la manfregola, del seme che gli porgeva la pianta e che lui andava a depositare nella bocca di chi era pronto ad accoglierlo e a gustarne i frutti che da esso potevano proliferare. Il suo compito era quello di portare tra gli uomini il seme della curiosità e della creatività.

Mi sedetti vicino a lui, come avrei voluto fare da bambina con mio padre o mio nonno e ascoltare le loro storie, la mia storia.

<Un giorno, per colpa di un vento, fui trascinato lontano e mi ritrovai in posti nuovi. M’incuriosivano, volevo conoscere le genti, ciò che li faceva sentire uomini, i loro sentimenti, i loro dubbi, i loro sogni, le paure da cui erano tormentati.>

Emisi un profondo sospiro; viaggiare, vivere il mondo, respirare l’eternità di certi posti è anche il mio sogno.

Lo struffello proseguì parlando delle cose meravigliose che aveva visto e scoperto nei suoi viaggi.

<Decisi di tornare, poi, dalla mia manfregola, ma ho trovato tutto così cambiato e soprattutto la mia adorata pianta non c’è più!>

La sua espressione struggente lasciava intendere il desiderio forte che aveva di ritrovare il suo tesoro.

Quella voce vicina, ma avvertita lontana come in un sogno, mi destava strane sensazioni. Mi scivolava dentro come una piuma e sentivo scorrere nelle vene la mia vita come un fiume in piena. Provavo in pochi attimi gioie, dolori, strazi e vedevo le immagini più incisive, quelle che mi avevano segnato.

Lo struffello, come se capisse, se vedesse dentro di me, domandò < Che cosa ti tormenta?>

<Non lo so, non sono mai completamente serena, soddisfatta. Nella mia vita credo di aver seminato, ma ho raccolto ben poco e ogni raccolto è avvenuto sempre di corsa, per paura del vicino temporale. Dovrei accontentarmi, ma non ci riesco. Vorrei guardare il sole in faccia, sentire i tuoni vicini e non averne paura. Vorrei godere delle piccole cose che tocco con le mani, ma queste mi tremano. Capisci, vero?> Risposi, smarrita.

Mi chiese un foglio ed una penna, che io tirai fuori della mia borsa e continuò <Coraggio, prova a scriverlo. Guarda dentro di te, ascoltati e scrivi quello che provi, che senti!>

Mi lasciai trascinare da quell’atmosfera così surreale, mi sembrava di stare davanti allo specchio torbido della mia anima e cominciai a scrivere:

Al suono di una carezza,
di una parola o di una visione,
la mente scivola tra le sinuosità
oscure dell’animo.
E, nel fugace attimo,
cattura quelle sensazioni
che svelano il nostro essere.
Superficiale chi non sa leggere,
debole chi si perde in esse,
poeta colui che s’illumina della
rivelazione.

 

Lo struffello non sembrò sorpreso, mi sorrise.

Lui, ora in piedi, mi sembrava ancora più struffellato di prima.

Guardandolo, dissi < Forse, la verità è in noi, la pianta della manfregola si è trasformata in qualcosa di più profondo, in quello che è il suo vero significato, la capacità introspettiva. Forse l’unica strada per ritrovarla è guardare dentro di noi, mettere ordine nel groviglio tortuoso e trovare le risposte ai quesiti che la vita ci pone ogni giorno. Ed esprimerle poi come meglio riusciamo a fare, per condividerle con gli altri. Di ciò nutrirci e nutrire gli altri, offrire agli altri con amore e umiltà ciò che riusciamo a vedere oltre l’apparenza.>

Alzandomi in piedi e, posando lo sguardo negli occhi dell’animale, continuai < I pensieri, le sensazioni se rimangono dentro di noi  creano solo delle inquietudini che aumentano quanto più le sensazioni sono negative. Ma se condivise con gli altri ci alleggeriscono e ci fanno sentire gli effetti reali delle esperienze. L’emozioni vanno vissute con gli altri.>

Un brivido di piacere mi attraversò tutta, sapevo cosa fare ed ero impaziente di fare, come un bambino, quando si trova un gioco nuovo tra le mani e felice vuol provarlo e farlo vedere ai compagni.

< Ehi, voi, barboni della vita, ascolto da un bel po’ le vostre lagne…!>

Una voce ruppe quell’atmosfera quasi idilliaca che si era creata tra me e lo struffello immersi nell’anima del bosco. Mi voltai e, in prossimità di una forte e vecchia quercia, c’era un uomo vestito con abiti rattoppati in più parti.

<Tu, strana femmina, invece di goderti la vita, stai qui a parlare con un uccello? Sono altri gli uccelli con i quali dovresti perdere il tuo tempo! Stai qui con un uccellaccio che sembra scampato ad una battaglia con vecchie comare di paese!>

Mentre parlava, lo sconosciuto sedendosi su un sasso proprio vicino allo struffello, tolse dalla tasca un sacchettino annodato con cura. Al suo interno c’era un miscuglio di tabacco ricavato dalla raccolta di mozziconi di sigarette raccattate ai bordi dei sentieri che attraversavano il bosco. Con mani tremanti e lentamente,  si preparava una sigaretta usando delle cartine che inumidiva con una lingua che sembrava passata nella calce, talmente era bianca.

Il barbone continuò < L’uomo è un egoista, pensa solo per sé, figurati se sta lì ad ascoltarti. Se lo fa è perché pensa a come deve fregarti e basta. Ingenua, apri gli occhi, sei sola…l’uomo è un animale solitario anche in una barca stracarica di gente.> Si accese la sigaretta.

Cercai di replicare <E’ vero quello che dici, ma solo in parte. L’uomo vive solo nella sua inquietudine, vaga per il mondo sofferente, a volte scarica i suoi dolori anche sugli altri, facendo guerra all’altro, altre volte passa indifferente davanti alla richiesta d’aiuto di un simile. Si sente smarrito, si sente abbandonato e incapace di comunicare col mondo…> E con la mano allontanai un insetto che mi girava e rigirava intorno, forse era il mio profumo che lo attirava.

Avevo abbassato la testa pensando alla tristezza di tutto questo, immaginavo i crimini, le tragedie, la sofferenza del singolo e del mondo intero, la perdita di valori, la mancanza di sentimenti reali, di vita.

E continuai <Ma l’uomo corre, va come una furia per la sua strada e non si ferma. Basterebbe poco, un sorriso, una parola. Tutti sentiamo fortissima l’esigenza di essere ascoltati e di ascoltare.>

Guardai lo struffello con tenerezza, e gli dissi < Amico, immagino la tua voglia di ritrovare la pianta sacra. Non so proprio come aiutarti. Forse si è davvero trasformata in qualcosa che vibra nell’aria e che solo alcuni riescono a respirare, quelli che hanno la capacità di superare barriere, di guardare oltre l’orizzonte, di sfidare i venti, di respirare se stessi.>

L’uomo, con voce rauca e tra un colpo di tosse e l’altro, gridò < Ma quante chiacchiere! Io per esempio ho scelto di vivere lontano dal mondo proprio per non cadere nelle trappole della società moderna. Trappole che ti portano a vivere in una scatola di vetro dove vedi ciò che è fuori e non puoi toccarlo, solo osservarlo e farti guardare. Mi sono ritrovato tempo fa con un’infinità di problemi, solo nella mia disperazione e nessuno che mi tendesse una mano. A quel punto decisi di scollarmi dalla società, di viverne lontano. Io ho scelto di toccare la terra, il cielo, l’aria che respiro, la mia anima. Vivo libero, senza scendere a compromessi di alcun tipo se non con la natura. Respiro senza stare a preoccuparmi di tante cazzate. Sono io e basta. Oggi sono qui, domani in un altro posto. Oggi chiacchiero con voi, domani incontrerò qualche altro matto come voi. E la mia testa ragiona come vuole. Le regole, il falso buon senso lo lascio a voi altri. La tua poesia, femmina strana, è solo una strategia per uscire allo scoperto, per emulare il desiderio di parlare con gli altri, di farti notare. Ascolta questo vagabondo che conosce la poesia del mondo, torna a casa e guarda dritto negli occhi chi incontri per strada, non abbassare la testa, urla per dire “Ci sono anch’io, qui!”. Grida al mondo che tu sei unica, sei libera. Devi sentirti libera. Io mi sento libero ed è questa la più bella poesia.>

Avevo chiuso gli occhi, per sentire meglio il mio respiro e nell’aprirli non vidi più lo struffello. Lo cercai, lo chiamai, ma lui era sparito. Era andato via.

Il barbone, invece, fumava ora la sua sigaretta e guardava soddisfatto le spire di fumo che s’innalzavano verso lo squarcio di cielo oltre le chiome degli alberi.

<Lascialo andare, troverà la sua manfregola. Chi si affanna a cercare, arriva a trovare sempre qualcosa. Tutti cerchiamo qualcosa e tutti alla fine troviamo il seme da cui siamo stati generati e con le unghie consumate dalla fatica, sporche di terra, riusciremo a piantarlo nel nostro giardino. Anche tu Donna, vai, non stare nel tuo angolo come picchiata dalla vita. Affrontala, tira fuori la tua passione e mordila la vita, prima che ti sfugga di mano.>

Rattristata per non aver saputo aiutare lo struffello, ma spronata dalle parole del barbone, leggera, come liberata della mia inquietudine, salutai velocemente l’uomo (ero anche un po’ timorosa di stare lì in quel bosco con un  tipo simile) e tornai indietro. Ripresi la macchina e volai verso casa, verso me stessa. Ora sapevo, ora ero struffellata. Avevo il fuoco dentro, quella voglia di affrontare tutto e tutti e, ancora di più, me stessa. Riuscire a sentirmi il più possibile libera di essere.

Oggi non so se quell’incontro sia stato reale o solo frutto della mia fantasia. Ogni tanto il mio pensiero va allo struffello. Sogno il suo incontro con la sua amata manfregola. Penso anche all’uomo che aveva scelto di vivere nel bosco, ai margini della società per non farsi ingabbiare dalla superficialità dell’uomo in vetrina. Ma quella forma di libertà non la sento mia.

So con certezza che, grazie a loro, ho avuto un incontro con me stessa, con la voglia di capire, di esprimermi liberamente e di condividere, un incontro con la Poesia.

La poesia è quello strumento che mi permette di innalzare un ponte tra me e la mia anima, tra me e il voi, per costruire insieme un Noi, un mondo ricco di promesse.

      

               Maria gennaio 2005

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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