Tempo fa l’automobile di Silvia si fermò per strada, senza dar più segni di vita. Alcuni minuti per realizzare l’idea che, non sapendo nulla di motori, qualsiasi impresa sarebbe stata inutile. Con movimenti impacciati e buffi, la spostò, spingendo l’auto in folle a fianco della strada. La chiuse e si allontanò lentamente, indecisa ancora sul da fare.
Presa dai mille pensieri e adirata, Silvia non badava a quanto avveniva intorno a lei. All’improvviso sentì un qualcosa venirle addosso. Un urto forte alla spalla sinistra…già proprio un sinistro tra pedoni. Un cretino non l’aveva vista.
“Scusi!”
“Scusi un corno! Ma non guarda dove mette il suo corpo?” Disse, ma arrossendo quasi. Beh, in effetti, anche la donna non era stata meno cretina. Conduceva ciecamente il suo corpo tra la gente. Assorta. Pensava al tempo perso, alla seccatura di farsela a piedi fino al meccanico, al danno e alla relativa spesa da affrontare. Era già quello un periodo difficile, quest’ulteriore imprevisto avrebbe reso ancora più rossa la sua situazione.
Tornando al ciclone che l’aveva appena investita, lo guardava ora in viso. Capelli brizzolati, occhi scuri, un sorriso appena accennato su due labbra carnose. Alto poco più di lei, magro ma con spalle grandi. Un uomo affascinante.
Silvia guardò oltre, s’ affacciò nei suoi occhi e si trovò davanti una distesa di malinconia che le faceva pentire del tono con cui si era rivolta a lui.
Lo sconosciuto, balbettando quasi, disse “Ha ragione, ma sono talmente distratto dai miei problemi che non vedo quasi nulla e nessuno davanti a me!”
Quell’arrendevolezza le piaceva e la disarmava. Lui capì e disse “Per farmi perdonare posso offrirle qualcosa qui al bar di fronte?”
Accettò, aveva proprio bisogno di bere qualcosa per tirarsi su.
Mentre raggiungevano il bar, nell’attraversare la strada, lui le prese il braccio quasi a guidarla, a proteggerla e quel gesto valeva più di un qualsiasi alcolico. Nel grande locale, alla sinistra del banco, c’erano dei tavolini vicino alla grande parete di vetro, attraverso la quale si vedevano la strada e i passanti, la vita correre ma verso cosa? Su questo Silvia si era sempre posta tante domande, ma aveva sempre trovato poche risposte.
Seduti, si scambiarono poche parole puramente formali e, pian piano, lui cominciò ad accennare al problema che l’affliggeva. Sua moglie aveva un amante: un collega che frequentavano da anni e anche lui sposato. Si entrò sempre più in intimità e il dolore di quell’uomo divenne per Silvia il centro del suo interesse. La storia di Paolo, questo era il nome dello sconosciuto, la scioglieva come la cera di una candela sotto la sua fiammella cocente. E più lui raccontava, più sotto la pelle di lei la fiammella bruciava. Qualcosa la eccitava, le faceva desiderare quell’uomo, stringerlo a sé, leccargli il sangue rosso che sgorgava dalle ferite. Aveva voglia di scaldarlo col suo calore, con la sua tenerezza. Perché aveva sempre quest’atteggiamento di protezione verso gli altri? Come se volesse accollarsi i problemi del mondo intero e cercare di risolverli, mentre non riusciva a trovare serenità nella sua vita. E poi perché desiderava quello sconosciuto? Non si era sempre dichiarata contraria al sesso senza amore? E poi con un uomo incontrato un attimo prima e del quale non sapeva il colore che più gli piaceva, se amava il cinema o gli animali, se aveva l’abitudine o meno di leggere a letto? Era semplicemente… uno sconosciuto.
“Che cosa pensi? Hai uno sguardo strano?” Disse lui, scrutandola maliziosamente. Forse le aveva letto i pensieri e quel suo sorriso le dava la conferma.
“Ti ascoltavo. Ascoltavo la tua storia. Nessuno merita di essere umiliato così, tradito da chi dice di amarci, da colui col quale dividiamo e condividiamo la vita! So quello che provi. Ci sono passata anch’io. Ti senti violentato. Hai voglia di vendicarti, di ripagare con la stessa moneta. Hai voglia di tradirla, vero? E poi di farglielo sapere? Non è bello, ma il primo istinto è quello. Far provare le stesse sensazioni di umiliazione!”
“Sì, forse hai ragione, Silvia. E tu l’hai fatto? Ti sei vendicata?”
“No. Sono troppo stupida o forse troppo intelligente. Non l’ho fatto, ma la voglia era tanta quando scoprii che il mio ex marito mi tradiva!”
“Silvia, vogliamo farlo insieme? Vendicarci di chi ci ha feriti?”
Lo guardò tra la sorpresa e il desiderio. Ma più che vendetta, la sua era voglia di far l’amore con quello sconosciuto. Non rispose. Ma lui decise per lei; si alzò, la prese per mano e, senza dire nulla, la condusse fuori.
“Dove mi porti?” lei chiese smarrita in quella situazione così strana e così eccitante.
“Vieni, oggi ci prenderemo la nostra rivincita!”
Tenendola sempre per mano la guidava per strada. Erano due persone che stavano vivendo in una parentesi, disinteressandosi di quello che c’era fuori. E arrivarono all’ingresso di un palazzo. Attraversarono la penombra del suo atrio e si fermarono davanti ad una porta. Sulla targa dorata era incisa una strana sigla che per Silvia non significava nulla. Paolo aprì, la spinse all’interno e appena richiuse la porta, la prese. Cominciò ad accarezzarla, a baciarla. Le sue mani forti lasciavano le impronte sul corpo della donna. Lei era eccitata, le piaceva essere presa così. L’insolita situazione rendeva tutto così desiderabile, la faceva salire in alto. Quell’uomo era uno sconosciuto, non sapeva nulla di lei, né lei di lui e questo la rendeva libera, disinibita, incosciente nella coscienza di quello che stava facendo. E il suo corpo non era più controllabile. La sua mente aveva un solo obiettivo: godere appieno di quel momento, senza tabù, senza paletti. Nulla contava in quel momento, se non il centro del suo piacere, il suo essere donna alla mercè non di quell’uomo, ma attraverso lui, del piacere. E impazzì come non era mai successo. Un urlo emesso dal ventre riempì il vuoto intorno. Poi si sentì planare sulla sponda del fiume e come un gabbiano volare radente il verde raggio di un tramonto fino a poggiare piano i piedi su uno scoglio, estasiato di quel viaggio nel battito libero delle ali.
Aprì gli occhi e si ritrovò davanti quello sconosciuto che le fece sentire all’improvviso il dolore del piacere. Quel dolore di cui porta ancora una piccola cicatrice sul ventre e che, a distanza di anni, quando la guarda le si stampa un sorriso che non sa ancora capire se di vergogna, di dolore, di piacere o forse di tutto insieme.
Certo è che dopo quella volta Silvia ha sempre tenuto ben aperti gli occhi sulla folla. Il sesso vissuto così ha il sapore di una manciata di fragole rubate nel negozio sotto casa e mandate giù nello stomaco con la paura di essere scoperta anche da se stessa.

                              Maria 23 aprile 2005


 

 

Una manciata di fragole rubate




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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