

Carla ascolta il silenzio, lì dove scivolano i pensieri provenienti da
viaggi lunghi e faticosi. Quel silenzio che sembra rompere i timpani
dell’anima.
Da quando il suo compagno l’ha lasciata, il tempo trascorre lento. Con passo
felpato avanza nel labirinto tondo delle ore scandite da lancette dure a
muoversi su quel piatto polveroso e ruvido, attaccato dietro la porta della
sua anima.
Le manca proprio quell’uomo o la compagnia di un uomo? Non era mai riuscita
a stare da sola, né a mantenere un rapporto per lunghi periodi. E finita una
storia, Carla ne cercava subito un’altra. Una sorta di dipendenza dall’uomo.
Ne aveva sete e fame. Da qualche parte nascosto c’era il sogno di un grande
amore. Quel sogno che cresce parallelamente al tuo corpo, alla tua anima.
Sta lì, a volte lo curi, altre volte lo ignori, ma è sempre lì pronto ad
affacciarsi quando lo invochi per aiutarti ad andare avanti, e darti la
forza di rischiare. Di vivere, nonostante tutto, tra i meandri di rapporti
che scivolano su letti ora tortuosi, ora lineari, insidiosi o sinceri.
Carla è di nuovo sola nella sua stanza affollata da ombre minacciose. Ne ha
paura. Come una bambina si stringe forte, simulando quella posizione fetale
in cui ci si sente al sicuro, protetti dal mondo esterno. Quel silenzio
rumoroso le ricorda un episodio lontano, una tragedia di molti anni prima,
ma così vicina da sentirne forte, nelle viscere, gli echi dolorosi.
Diciotto anni prima sua sorella era volata via. Chissà dove. Luisa era più
piccola di un paio d’anni. Era una ragazza timida e introversa, debole. Il
suo unico interesse era stato lo studio. Diplomata in ragioneria col massimo
dei voti, grazie alle ore trascorse sui libri, si era impiegata a soli 20
anni nel Banco di Roma. Non aveva amici, non usciva, non andava a cinema o a
prendere un gelato con un’amica. Qualche volta Carla aveva tentato di
tirarsela dietro, ma lei rifiutava duramente. Quando Carla tentava di
parlare con la sorella, questa ascoltava e si raccontava poco, qualche
cenno, qualche parola. E tutto quello che sapeva della sorella, Carla
l’aveva intuito giorno dopo giorno. Non l’aveva mai sentita amica, e forse
neanche sorella. Carla aveva cercato di convincere la madre a rivolgersi ad
uno psicologo. Ma la donna, vittima di quella mentalità che vuole lo
psicologo come medico dei pazzi, si era sempre rifiutata.
“Lascia stare Carla, vedrai crescerà. E’ timida, ma lavorando, lottando
nella vita, imparerà pian piano a reagire, ad uscire dal suo guscio.”. E
finiva lì. Ma forse in cuor suo era anche lei preoccupata.
Carla osservava la sorella, cercava di capire, di parlarle. Forse era la
paura di non essere all’altezza, si sentiva inferiore chissà per quale
motivo e non aveva fiducia negli altri…Chissà quali esperienze viveva. A
volte capita che, pur vivendo sotto lo stesso tetto, non si sa molto dei
propri familiari. Come trascorrono le loro giornate fuori casa, se ridono,
se hanno una vita sociale, se stanno bene in mezzo agli altri. Nella sua
famiglia ognuno raccontava poco di se stesso. Non sempre si stava a tavola
tutti insieme, non avendo tutti gli stessi orari. E quando capitava, c’era
il telegiornale che zittiva anche chi aveva voglia di parlare.
Carla ricorda i primi mesi di lavoro della sorella. Era diventata più
taciturna, più nervosa. Sicuramente per un tipo come lei era difficile
l’inserimento in un ambiente di lavoro. Ma non immaginava fino in fondo le
problematiche della ragazza. La vedeva assorta nei suoi pensieri, seduta su
una poltrona vicino alla finestra. Da lì guardava il mondo con occhio
sospetto, sofferto. Sempre più sofferto. Carla capiva che sua sorella stava
sempre più male. Ma Luisa non voleva parlarne.
Cominciò a sentirla piangere di notte, in silenzio senza far troppo rumore.
E Carla ne soffriva. “Forse le passerà, come dice la mamma. Reagirà. Di
fronte ad un problema dopo il primo momento di riflessione dolorosa, poi si
è costretti a reagire”. E Carla sperava in questo, perché non sapeva proprio
come aiutarla.
E arrivò la reazione. Un mattino di quella maledetta primavera. Luisa era
volata via, lasciando sul pavimento sotto la finestra le sue ciabattine
rosa, quelle che Carla le aveva regalato per il suo 21° compleanno. Aveva
deciso di volare in un altro mondo. In questo si sentiva fuori posto,
inadeguata, a disagio.
Carla aveva trascorso giorni, notti, mesi e anni a cercare di capire quel
gesto. A cercare di capire se e dove aveva sbagliato. Avrebbe potuto
aiutarla? E come? Spesso durante futili litigi aveva incolpato la mamma di
non aver saputo capire sua figlia. Aveva cercato di trasferire su quella
donna, già sofferente, anche i suoi sensi di colpa. Ma tutti ormai vivevano,
senza parlarne, il dolore per non aver saputo aiutare Luisa. La piccola,
dolce, timida Luisa.
Questo senso di colpa Carla lo portava con sé. La condizionava nei suoi
rapporti. Da allora aveva cominciato ad essere troppo oppressiva,
sospettosa, materna nei rapporti con gli altri. E aveva paura della
solitudine.
Carla piange ora, rompendo così quel silenzio rumoroso. Piange la morte
della sorella, la sua morte.
Piegata su se stessa, come un gatto d’inverno acciambellato su un giaciglio
di fortuna per ripararsi dalla pioggia e dal freddo, urla il suo dolore.
All’improvviso si alza. Va in bagno, fa una doccia fredda, quasi a voler
levare le impronte degli angeli in volo. S’infila un abitino che mostra il
suo bel corpo, quello che Luisa le aveva sempre invidiato. Mette un paio di
scarpe col tacco a spillo. Scioglie i suoi morbidi capelli biondi, passa
sulle labbra un filo di rossetto per dare luce al suo viso triste e via.
Chiude dietro di sé la porta, lasciando la Carla vittima al buio. Mentre lei
s’infila nel buio della città alla ricerca …di Luisa.
Maria 18 luglio 2005
