La cattedrale


In quelle piccole città ove in cerchio vecchie case
stanno come baracche di una fiera accovacciate,
chi di lei con spavento s'accorge, all'improvviso
chiude le sue botteghe e intento e muto,
tacendo i gridi, fermatisi i tamburi,
tende in alto le orecchie alla sua voce -;
mentr'essa, sempre calma dentro il vecchio
panneggio dei suoi contrafforti si erge
e delle case nulla sa:
in quelle piccole città si vede
come le cattedrali eran cresciute alte
sul mondo circostante. Il loro sorgere
tutto sopravanzava, come cose
troppo vicine all'occhio sempre eccedono
l'orizzonte della nostra esistenza,
quasi non accadesse altro e il destino
fosse quello che in loro oltre misura,
pietrificato per durare, cresce;
non ciò che è in basso nelle oscure vie
attinge al caso e porta un qualche nome
come il bambino porta il verde e il rosso
del grembiule ed altra tinta che si trovi.
Allora in questi bassi c'era nascita,
impeto e forza erano in quell'ascendere
e ovunque amore come pane e vino,
e ai portali le voci del lamento amoroso.
Esitava la vita al suon dell'ore e nelle torri
che colme di rinunzia a un tratto più
non ascendevano, c'era la morte.

 

da "I sonetti ad Orfeo"
    XIII

Anticipa ogni addio, quasi gia' fosse alle tue spalle,
come l'inverno che ora se ne va.
Perche' c'e' tra gli inverni uno cosi' infinito
che, se il tuo cuore sverna, resiste ormai per sempre.

Sii sempre morto in Euridice, e innalzati
fino al Rapporto puro, con piu' forza cantando, celebrando.
Qui tra effimeri sii, nel regno del declino,
un calice squillante che squillando gia' s'infranse.

Sii, e la condizione del Non-Essere al tempo stesso sappila,
questo fondo infinito del tuo interno vibrare,
perche' s'adempia intera in quest'unica volta.

Alle risorse esauste, alle altre informi e mute
della piena natura, alle somme indicibili,
te stesso aggiungi, in gioia, e annienta il numero.

                                  

       Risveglio del vento
                                                                                  Nel colmo della notte, a volte accade
che si risvegli, come un bimbo, il vento.

Solo, pian piano, vien per il sentiero,
penetra nel villaggio addormentato.

Striscia guardingo sino alla fontana,
poi si sofferma, tacito in ascolto.
Pallide stan tutte le case intorno;
tutte le querce mute.

        

    
Canto del mare
Capri. Piccola Marina

Soffio antichissimo del mare,
vento del mare a notte:
a nessuno tu vieni;
per chi vegli
resisterti
è una prova:
soffio antichissimo del mare
che spiri
quasi solo per rocce primordiali,
nient'altro che spazio
trascinando con te da lontano...

Oh, come ti sente una
pianta di fico gravida di gemme
alta nella luna.

 

La pantera
Nel Jardin des Plantes, Parigi

Dal va e vieni delle sbarre è stanco
l'occhio, tanto che nulla più trattiene.
Mille sbarre soltanto ovunque vede
e nessun mondo dietro mille sbarre.

Molle ritmo di passi che flessuosi e forti
girano in minima circonferenza,
è una danza di forze intorno a un centro
ove stordito un gran volere dorme.

Solo dalle pupille il velo a volte
s'alza muto-. Un'immagine vi penetra,
scorre la quiete tesa delle membra-
e nel cuore si smorza.

 

Annunzio di primavera


Se sciolto il gelo.
Un'ansia soccorrevole si stende
sui grigi campi ignudi, all'improvviso.
I ruscelletti mutano la voce.
Labili tenerezze
trascorron, giù dall'etere, la terra.
Vanno i sentieri, lieti d'apparire:
vanno lontano.
E per l'albero spoglio, ecco, d'incanto,
tu vedi - espressa - un'anima salire.

 

I parchi

1

Un impeto tenace i parchi scuote
dalla lenta agonia che li dissolve.
Grevi di cielo, sono: invitta specie
sopravvissuta a dilagar nei piani
fulgidi d'erba ed a ritrarsi alfine
altera sempre del sovrano sfarzo
che la difende, e che si esalta ognora
quasi cosciente, in quel superbo adergersi
dei parchi in sé - per poi receder, soli,
maestosi purpurei sgargianti.

2

I viali, d'ogn'intorno,
- piano - t'han preso già.
Non so qual vago cenno, ora, persegui
che ti richiama, e va.
Ecco: repente travarchi
nell'ombra raccolta ospitale
che avvolge - fra quattro sedili
di pietra - una vecchia fontana.

Il Tempo, sperduto qui sembra:
agonizzante, e solo.
Sugli umidi plinti
che, vuoti, sorreggono il vuoto,
tu levi un profondo
sospiro d'attesa,

nel mentre l'argenteo
stillare dell'acqua
dinanzi alla cerchia di tenebra,
fidente, ti accosta; e rimormora,
sommesso, segrete parole.

D'attorno, repente, tu avverti,
protese, le pietre origliare:
t'irrigidisci, muto.

3

Tu avverti che non un sentiero
- qui - si sofferma e sta:
ma tutti, pian piano,
portati dal dolce pendìo,
si lasciano andare,
digradan su placide scale
pei verdi terrazzi, tra'l folto
che insieme li attarda e li avvia,
infino agli stagni remoti,
ove il parco, fraterno, li dona
regalmente allo spazio regale.
E questo li prende, li invade
di lampi e baleni,
ne trae lontananze con sé,
allor che dall'ultima chiostra
di tutti i vivai,
alla danza serale delle nubi
s'avventa pei cieli.

4

Lo specchio dei laghetti sonnolenti,
ove più non si bagnano le Ninfe,
ritiene i loro pallidi fantasmi
- come annegati - al fondo.

Lontane balaustre
fan prigioniero il parco.

Traversa l'aria un umido cadere
di foglie morte, quasi digradasse
giù per scale invisibili.
Squilla, sinistro il grido d'ogni uccello
e sembra avvelenato ogni usignolo.

Qui, non sparge i suoi doni Primavera
sovra i cespugli increduli.
Superstite, disfatto,
un vecchio gelsomino
esala pigro torbidi profumi
commisti a questo lugubre sentore
di agonizzanti cose.

Tu procedi; e t'insegue un silenzioso
nembo di moscerini,
come se d'improvviso, a le tue spalle,
tutto svanisse nel disfacimento.

                                                                                   Perchè Signore

Perché, Signore, le città non sono
se non discinte anime in periglio.
Fuga innanzi alle fiamme, è la più grande
fuga senza soccorso. Si disperde
labile il flusso de' suoi giorni grami.

Stentan gli uomni, qui, la greve vita
- in stanze basse, tra gesti d'angoscia -
più trepidi che non gregge d'agnelli.
Fuori, respira la tua Terra, Dio;
essi vivono pure, e non lo sanno.

Crescono i bimbi, qui, sovra gradini,
presso finestre in ombra sempre eguale,
ignari che all'aperto i fiori invitano
al vasto giorno percorso dai vènti.

Debbon essere bimbi; e sono bimbi:
ma tristemente, disperatamente.

Qui, le fanciulle sbocciano all'Ignoto
con il rimpianto della dolce, infanzia.
Ciò che allora anelarono, non venne:
e si chiudono in sé, tutte tremando.
In stanze anguste, su cortili tetri,
traggon la lor maternità delusa,
Il il pianto inerte delle notti lunghe,
i freddi giorni senza lotta e ardore.
Stanno al bujo, in attesa, anche i giacigli
ove morranno e a cui lente s'avviano,
desiderose. Lentamente, muojono.
Ogni ora, un poco. Muojono in catene.
Se ne vanno di qui, come mendiche.
 

Sono vecchi ormai
                                                                                Son vecchi, ormai tutti i regnanti al mondo.
Più non avranno, dalle nozze, eredi.
Muojono in su lo sboccio i loro figli:
le principesse pallide donarono
l'egra corona al nuovo re Metallo.
In monete, la plebe lo frantuma;
l'efimero signore della Terra
al fuoco lo dilata in ferrei mostri
che si piegano, astiosi, al suo volere.

Ma pe'l mondo non v'è felicità.
Il ferro ha nostalgia dell'alvo antico;
e anela rifluir da quelle forme,
in cui sopporta misera la vita.
Tornerà dagli scrigni e dai cantieri
entro le vene dei dischiusi monti,
che si rinserreran dietro il prodigio.

 

Entro il notturno abisso

Entro il notturno abisso, o mio Signore,
io ti cerco scavando. Ogni dovizia
è, nuda povertà, riflesso scialbo
della Bellezza tua che non divenne.

Ma la via per raggiungerti, Signore,
è lunga ed aspra, paurosamente:
anzi, svanì; poi che da tempo, ormai,
non un passo la traccia. E Tu, sei solo.
Tu sei la solitudine che incede
verso plaghe remote, e non indugia.

Le mie mani che sanguinano offese
da quell'aspro scavare, io le protendo
al vento. Come alberi rameggiano.
Suggono anele l'infinito spazio,
quasi che infranto Tu ti fossi in quello
con impeto improvviso, e ricadessi
dai lontani pianeti su la terra.
pulviscolo d'un mondo:
dolcemente, come cade la pioggia a primavera.

 

Da il libro del pellegrinaggio
                                                                                  Spengimi gli occhi, ed io Ti veggo ancora;
rendimi sordo, e sento la tua voce;
mozzami i piedi, e corro la tua strada;
senza favella. a Te sciorrei preghiere.

Dirompimi le braccia, ed io Ti stringo
co'l cuore mio. fatto, repente, mano.
Se fermi il cuore, batte il mio cervello;
ardi anche questo: ed il mio sangue, allora,
Ti accoglierà, Signore, in ogni stilla.

 

Passeggiata


Lo sguardo mio già l'assolata attinge
erta del colle, che sul fondo spicca
dell'agreste sentiero in cui mi avvio.

Così, da lungi, ne sorprende e accoglie
ciò che sfiorare non potemmo; e brilla
in piena luce; e ci tramuta pure
non raggiunto e non tócco in ciò che siamo
senza saperlo, un po' presàghi solo.

Muto risponde al nostro cenno, un cenno.
Ma noi s'avverte un soffio, un soffio appena -
cui spira contro il vento.



Campagna romana


Dalla colma città, che dormirebbe
lieta sognando le sue Terme eccelse,
dritta si stacca, e irrompe nella Febbre,
questa via delle tombe. E le finestre
degli ultimi poderi, ora, la incalzano
con un malvagio sguardo. Essa lo avverte
lancinarle la nuca; e più s'affretta
a proceder struggendo, in fin che sbocca
anelante all'aperto; e leva supplice
verso i cieli il suo vuoto; e ansiosa spia,
se sguardo di finestra non la fieda.

Poi, mentre accenna d'avanzar securi
ai lontani acquedotti, - ecco che i cieli
scambian con essa un più tenace vuoto
.
 


Incontro nel viale dei castagni


La verde oscurità, sui limitare,
come un serico manto lo ravvolse
entro la sua frescura. Ed egli - stretti
i lembi a sé - si drappeggiava intento,
quando lontano, al trasparente e fermo
limite opposto, fuor dal sole verde,
quasi irrompendo da verdi cristalli,
una bianca figura balenò.

Per indugiar, da prima; indi, avanzare.
Ad ogni passo, traboccò lo scroscio
della luce su lei, fendendo i rami;
mutevole ingrandì con le sue forme:
ma dietro le sfuggìa, trepida e bionda.

L'ombra, d'un tratto, si fece profonda.
Un lampo d'occhi divampò vicino,
grande sul volto ignoto eppur preciso,
che visse in marmo sculto il solo istante
in cui l'incontro si staccò - fugace.

Fu, nell'attimo, eterno: un nulla, poi.


 

Il poeta
                                                                                     Ti distacchi da me, Ora, scorrendo;
e mi ferisce ogni tuo colpo d'ala.
Che mai potrà, su te, la voce mia?
Che farò delle notti e de' miei giorni?

Un'amante non ho, non ho dimora;
luogo non ho dove adagiar la vita.
Ciascuna cosa a cui mi getto in dono,
n'è subito ricolma; - e mi rifiuta.


 

Fontana di Roma
(Villa Borghese)
                                                                                  Due coppe; e l'una che sovrasta l'altra,
erette entrambe su la tonda vasca
di pietra - antica. Defluisce l'acqua
pacatamente, dal superno labbro,
su l'acqua che, di sotto, attende e posa.
E questa tace, mentre l'altra parla
un chioccolìo sommesso, e guarda il cielo,
che con dischiusa mano, in gran mistero,
quella le svela, di tra'l verde e il bujo,
come una occulta sconosciuta cosa.

Entro la coppa, placida s'espande,
cerchio da cerchio, senza nostalgia.
Solo, a volte, trasogna; e s'abbandona
lungo i penduli muschi, a goccia a goccia,
sino all'infimo specchio che, tranquillo,
svaria d'ombre e di luci - e risorride.

 

La nascita di Venere       
                                                                                 In quell'alba (trascorsa era la notte
piena d'orgasmi, d'impeti e di grida)
il mare ancora si sconvolse. Urlò.
E come l'urlo si richiuse lento,
giù dai pallidi cieli mattutini
nel muto abisso celere piombando -
il mare generò.

Al primo sole scintillò di ricci,
ribalenò l'immenso equoreo pube.
Candida, in sé rattratta, umida ancora,
fuor dalle spume una fanciulla emerse.
Come la foglia verde appena messa
freme, si stira e languida si svolge,
così, per entro la frescura intatta,
nella fievole brezza del mattino,
a poco a poco il corpo suo si schiuse.

Fulgidi risalirono i ginocchi.
Sfere di luna, parvero: sommersi
nei nebulosi margini dell'anche.
L'ombra arretrò; scoprì gli agili stinchi.
Si protesero i piedi; e furon luce.
Come nel sorso palpita la gola,
ogni giuntura palpitò. Fu vita.

Entro il calice alcionio era quel corpo
come in mano di bimbo un fresco pomo;
e nel piccolo stimma a mezzo il ventre,
accogliersi parea tutta la tenebra
di quella immensa chiarità vivente.

Sott'essa risalìa, fievole e chiaro,
l'arco dei lombi, il flutto; e ricadeva,
ruscellando sommesso, a quando a quando.
Di luce intriso, non ancora ombrato,
come d'aprile macchia: di betulle,
si palesava ignudo il caldo pube.

Quindi si bilanciò la svelta linea
delle morbide spalle, equilibrata,
su lo stelo del corpo, che, diritto,
vibrò come zampillo. Alto, ricadde,
con lento indugio, nelle braccia lunghe,
precipitando in gonfie onde di chiome.

Il volto trapassò, piano, dall'ombra
del suo scorcio reclino, ecco, alla luce.
Eretto fu. Sott'esso, rilevato,
si conchiuse del mento il tondo giro.
Ma poi che il collo dardeggiò, vibrando
come uno stelo fervido di linfe,
anche le braccia s'agitaron tese,
colli di cigni all'erma sponda aneli.

Ed ecco: all'improvviso entro la grigia
alba sopita delle membra, corse
la prima brezza: un timido respiro.
Nel più sottile rameggiante intrico
delle trepide vene, un sussurrìo
flebile si levò: frusciò, sovr'esso,
il primo alacre scorrere del sangue.
Quindi, la brezza rinforzò. Fu vento.
Con tutto il fiato si gittò per entro
gli acerbi seni. Li gonfiò compresso.
Candide vele ricolme di spazio,
trassero, quelli, il lieve corpo a riva.

Ed approdò, la Dea.

Dietro di lei che per i lidi nuovi
- rapido il passo - procedea, balzarono
tutto il mattino i fiori e gli alti steli:
ardenti ed ebri, quasi appena dèsti
da una notte d'amplessi.
Ed ella andava,
velocemente lontanando in corsa.

Ma nell'ora più calda - a mezzo il giorno
anc&oaute;ra il mare si sconvolse, urlando.
Un delfino gittò; dai flutti stessi,
porpora enorme: esanime, squarciato.

 

 

 

La morte del poeta


Giaceva. Sopra i ripidi cuscini
il suo volto s'ergeva pallido di rifiuto
da quando il mondo e questo suo pensarlo
- scisso ormai dai suoi sensi - in grembo all'anno
indifferente era ricaduto.
Non seppe mai, chi lo vedeva vivere,
com'era in ogni cosa uno e indiviso, poichè tutto,
queste profondità con questi prati
e queste acque erano il suo viso.
Oh, il suo viso era questo spazio immenso
che ancora in lui si cerca e a lui si tende,
e la sua maschera che l'agonia dissolve
è aperta e tenera come l'interno
di un frutto che all'aria si corrompe.


da “I sonetti a Orfeo”

I.1

E si levò un albero. O elevazione pura.
Orfeo canta. O albero che nell'orecchio sale!
Ogni cosa taceva - ma era in quel silenzio
un incominciar nuovo, cenno, tramutamento.
                                                                                         Di silenzio animali dal chiaro bosco aperto
balzarono, da tane e fratte; e non
era astuzia o paura - si capiva - a tenerli
così raccolti in sé: ascoltavano solo.
                                                                                  Rugghi urli bramiti in fondo al cuore
impicciolivano. E dove una baita
trovavi a malapena, per accogliere,
                                                                                          un rifugio al più buio struggimento -
e a far da ingresso, pali che vacillano -
tu creasti nel loro udito un tempio.



da “I sonetti a Orfeo”


II.1

Respiro, invisibile poesia,
puro spazio, immenso eppure sempre
col singolo allo scambio. Contrappeso
che al mio farsi dà il ritmo.
                                                                                          Onda unica in cui
sono ogni volta il mare,
di tutti i mari possibili tu
quel che più stringe, tu di spazi ricco.
                                                                                       Di queste spaziali forme quante
m'eran già dentro - e i venti
sono per me un figlio, qualche volta.
                                                                                     Aria, mi riconosci, colma un tempo
dei miei luoghi? e tu, scorza liscia già,
foglio e accerchio della mia parola.





Tardo autunno a Venezia
                                                                                         La città più non fluttua come un'esca
a captare ogni giorno che s'affacci;
ora al tuo sguardo i vitrei palazzi
dànno un suono più crudo. E dai giardini penzola

l'estate come marionette in mucchio,
a testa in giù, estenuate, uccise.
Ma dal fondo, da antichi scheletri di foreste,
una volontà sale, come se l'Ammiraglio

dovesse in una notte raddoppiare le galere
nell'Arsenale in veglia a incatramare
già la prossima brezza mattutina

con una flotta che a forza di remi
avanza e empiendo il giorno di pavesi
prende il gran vento, raggiante e fatale.

 

La giostra
Jardin du Luxembourg

Con un tetto e con la sua ombra gira
per breve ora la giostra dei cavalli
multicolori, tutti del paese
che lungamente tarda a tramontare.
Molti sono attaccati alle carrozze,
eppure tutti hanno un cipiglio fiero,
e un feroce leone, tinto in rosso, va con loro,
e a quando a quando un elefante bianco.

Perfino un cervo c'è, come nel bosco,
ma porta sella e, fissa alla sua sella,
una minuscola bambina azzurra.

E cavalca il leone un bimbo bianco
tenendosi ben fermo con la mano che scotta,
mentre il leone scopre lingua e zanne.

E a quando a quando un elefante bianco.

E passano su cavalli anche fanciulle
in vesti chiare, quasi troppo grandi
per questi giochi e nella corsa alzano
lo sguardo in su, verso noi, chi sa dove-

E a quando a quando un elefante bianco.

E il tutto va e s'affretta alla sua fine,
e gira e gira in cerchio e non ha meta.
Un rosso, un verde, un grigio che balena,
un breve, appena abbozzato profilo-.
E ogni tanto rivolto in qua, beato,
un sorriso che abbaglia e che si dona
al cieco gioco che ci toglie il fiato...

 

 

 

In grembo alla notte nevosa, d'argento,
immensa si stende dormendo, ogni cosa.

Solo una eterna sofferenza è desta
dentro l'anima mia.

E mi domandi perché mai si tace
l'anima mia, senza versarsi in grembo
alla notte che sogna?

Colma di me, traboccherebbe tutta
a spegnere le stelle.

 

La sera

Vien da lungi la Sera, camminando
per la pineta tacita, di neve.
Poi, contro tutte le finestre preme
le sue gelide guance; e, zitta, origlia.
Si fa silenzio, allora, in ogni casa.
Siedono i vecchi, meditando. I bimbi
non si attentano ancora ai loro giuochi.
Cade di mano alle fantesche il fuso.
La Sera ascolta, trepida, pei vetri;
tutti - all'interno - ascoltano la Sera.



A Lou Andreas-Salomé

Non posso ricordare. Ma quei momenti
puri dureranno in me come
in fondo a un vaso troppo pieno.
Non penso a te, ma sono per amore tuo
e questo mi dà forza.
Non ti invento nei luoghi
che adesso senza te non hanno senso.
Il tuo non esserci
è già caldo di te, ed è più vero,
più del tuo mancarmi. La nostalgia
spesso non distingue. Perché
cercare allora se il tuo influsso
già sento su di me lieve
come un raggio di luna alla finestra.
 

--------------

Sii paziente verso tutto ciò
che è irrisolto nel tuo cuore e...
cerca di amare le domande, che sono simili a
stanze chiuse a chiave e a libri scritti
in una lingua straniera.
Non cercare ora le risposte che possono esserti date
poichè non saresti capace di convivere con esse.
E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora.
Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga,
di vivere fino al lontano
giorno in cui avrai la risposta.

 

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Ai sospiri dell'amata
la notte intera si innalza;
una carezza leggera
percorre il cielo stupito.
E allora è come se nell'universo
una forza elementare
ridiventasse la madre
di tutto l'amore smarrito.




Canto d'amore

Come potrei trattenerla in me,
la mia anima, che la tua non sfiori;
come levarla, oltre te, ad altre cose?
Ah, potessi nasconderla in un angolo
perduto nella tenebra, un estraneo
rifugio silenzioso che non seguiti
a vibrare se vibri il tuo profondo.

Ma tutto quello che ci tocca, te
e me, insieme ci prende come un arco
che da due corde un suono solo rende.
Su qual strumento siamo tesi, e quale
violinista ci tiene nella mano?

Ortensia rosa

Chi di questo rosa si è appropriato?
Chi seppe che il corimbo ne era pieno?
Questo, a cui il mite rosso or viene meno
come ad un fregio l’oro: consumato.
E nulla in cambio a tanto rosa anela!
Crede nell’aria sia e sorrida ancora?
o fra angeli accolto, con cautela,
mentre, svanendo, generoso odora?
O forse è lui che sperpero ne fa
perché occultargli lo sfiorire spera.
Sotto il rosa però in ascolto c’era
un verde che ora è vizzo e tutto sa.

 

Ortensia azzurra

L’opaco scabro verde che rimane
da mestiche su vetro è in queste foglie;
su, nei corimbi, il blu non si raccoglie,
ma eco è d’azzurrità lontane
ed un vago di lacrime lo accoglie,
quasi un volere che svanisca ancora:
in giallo, in viola, in grigio trascolora
come fa il blu in vergati antichi fogli;
è lo sbiadito di lisi grembiulini,
cose dismesse cui nulla accade più;
avverti il breve dei piccoli destini.
Ma ecco, all’improvviso il blu riesplode
in uno dei corimbi, e sai: quel blu,
pura emozione, del suo verde gode.

 

Interiorità di rose

Ove è di questo interno
l’esterno? Simile bisso
è fascia a quale infermo?
A qual cielo è specchio lo schermo,
lacustre abisso,
di queste aperte rose,
non pensierose; oh arcano!
ariose fra altre ariose
cose, quasi che mano
tremula dissiparle non possa.
Non sanno, no, temperanza:
a sazietà inclini,
spazio par tracimi
dai grembi, in esuberanza,
per saturarne i giorni
vieppiù ad ogni vespro opimi
finché tutta l’estate formi
una stanza, in sogno, una stanza.

 

Eliotropio persiano

Sembra, per la tua amica, altisonante
la lode della rosa? Allora scopri
l’erba dal bel ricamo, gli eliotropi;
sovrasta col fruscio loro incessante
il garrulo bul-bul che la compagna (1)
(ove a lei piace) canta e ignora quasi.
Parola dolce, vedi, s’accompagna
di notte ad altre, folte nelle frasi,
e un vivo malva di vocali dosa
fragranze nell’alcova silenziosa;
così questa trapunta delle foglie
nitide stelle in grappoli raccoglie
fuse a un silenzio che ogni orlo cancella,
che odora di vaniglia e di cannella.


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Se la vostra giornata vi sembra povera
non accusatela
Accusate voi stessi
di non essere abbastanza poeti
per chiamare a voi le sue ricchezze.

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Alla solitudine

Solitudine mia beata e santa,
così ricca sei tu, pura ed immensa
come un giardino che si desti all'alba.

Solitudine mia beata e santa!
Tieni sbarrate le tue porte d'oro
sì che attenda, di fuori, ogni altra cosa.

 

Rainer Maria Rilke nasce nel 1875 a Praga; discendente dalla borghesia cattolica di Praga, trascorre infanzia e adolescenza infelici. Nel 1884 i genitori si separano; Rilke fra gli undici e i sedici anni è costretto a frequentare l'accademia militare soprattutto per assecondare le aspirazioni del padre, fonte per lui di penoso ricordo. Il tutto provoca in lui la sensazione di essere un "senza dimora". Abbandonata la scuola si iscrive all’università di Praga e continua i suoi studi a Monaco di Baviera e a Berlino. Comunque Praga, la sua città natale, fornisce il clima e lo sfondo alle sue prime poesie, melanconiche e musicali, raccolte in Vita e canti (1894), Offerta ai lari (1896), Incoronato di sogno (1896) e Avvento (1987). Già dal 1896 collabora con periodici bavaresi su cui pubblica racconti e novelle, saggi, recensioni, ballate e drammi.

Contribuisce alla sua formazione una stretta relazione con Lou Andreas-Salomè, moglie di uno studioso berlinese, già amica di Nietzsche e in seguito collaboratrice di Freud. A lei dedica un diario composto a Firenze nel 1898 (Florenzer Tagebuch) da cui emerge l'influsso del pensiero di Nietzsche.

Rilke aderisce all'ideale neoromantico. Emblema di tale adesione è Il canto di amore e di morte dell'alfiere Cristoforo Rilke, del 1899. Intense osservazioni della natura, dei comportamenti umani e delle vite affettive contribuiscono alla creazione del mondo interiore di Rilke, che supera la verità immanente. I temi di fondo delle opere di Rilke sono la religiosità, profondamente influenzata dall'ambiente cattolico della sua famiglia, ma che si modifica nelle opere seguenti ai viaggi in Russia in cui viene a contatto con l'anziano Tolstoj. In Storie del buon Dio e nel Libro delle ore (in tedesco: Das Stundenbuch, 1899-1903) il Dio di Rilke appare panteistico e presente in tutte le cose, e la sua religiosità sembra più di tipo lirico-simbolico. Accanto a ciò l'altro grande elemento dell'uomo senza casa, presente anche in Franz Kafka, un uomo privo quindi delle certezze basilari sulla sua vita e che soffre profondamente per questa sua condizione.

Nel 1901 sposa Clara Westhoff, allieva del grande scultore Auguste Rodin, e da lei ha una figlia Ruth, ma poco dopo la nascita della figlia il matrimonio si scioglie. In seguito Rilke si trasferisce a Parigi. Nella capitale francese il poeta stringe amicizia con gli artisti Rodin e Cézanne. A partire dal Libro delle immagini (in tedesco: Das Buch der Bilder, 1902 seconda edizione del 1906) la sua poesia prende una via nuova, sulla quale si sente l'influenza delle altre arti, pittura e scultura; il poeta non vuole più parlare, ma cerca una soggettività facendo parlare le cose, gli uomini, gli animali, ottenendo i suoi esiti più alti nelle Poesie Nuove (in tedesco: Neue Gedichte, 1907). Le immagini delle cose vengono fissate con precisione, allo scopo di riscattare quella pienezza di senso della realtà, di contro al processo di mercificazione della società industriale. Di lì in avanti la produzione di Rilke sarà sempre più simbolica-profetica e filosofica, di comprensione difficile.

Dalle pagine del romanzo-diario autobiografico I quaderni di Malte Laurids Brigge emerge la tormentosa condizione esistenziale, che accompagna Rilke in questi anni e che sfocia in una grave crisi psicologica. Questa nuova prosa di ricerca ruota intorno al problema di dare un contenuto reale alla propria esistenza nella solitudine di una vita tutta ripiegata su se stessa. Dal 1911 il poeta austriaco diventa un nomade errabondo; dopo aver viaggiato in Europa meridionale e in Africa settentrionale, vive del sostegno e dell'ospitalità di amici, e spesso incontra difficoltà economiche estreme. E' presso il castello di una amica, la contessa Thurn und Taxis, a Duino, presso Trieste, che Rilke mette mano, furiosamente, in un impeto che gli brucia la mente e il corpo, alle Elegie Duinesi, forse l'opera poetica più profonda e prometeica dell'intero Novecento, dove Rilke stravolge lo stile e le immagini, per dare corpo a un'esperienza lirica ultimativa.


Quest'opera rappresenta, insieme alle liriche dell'ultimo periodo, pubblicate postume con il titolo Poesie estreme, il culmine della produzione poetica matura rilkiana, caratterizzata da una visione positiva della vita. Sempre del 1923 sono i "Sonetti a Orfeo", dove il poeta canta la sua adesione al cosmo, e in cui egli sembra voler affermare che la missione della poesia è di celebrare la vita dell'uomo come vita di un'anima che glorifica il mondo che è animato dal soffio della divina purezza.

Rilke  muore di leucemia il 29 dicembre 1926 a Valmont (Montreux).

 

 

 

 

 

...Le opere d'arte sono sempre il frutto dell'essere stati in pericolo, dell'essersi spinti, in un'esperienza, fino al limite estremo oltre il quale nessuno può andare...

...I dolori sono ignoti, l'amore non si impara, l'ingiunzione che ci chiama ad entrare nella morte rimane oscura. Solo il canto sulla terra consacra e celebra...

Rainer Maria Rilke

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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