I parchi
1
Un impeto tenace i parchi
scuote
dalla lenta agonia che li
dissolve.
Grevi di cielo, sono:
invitta specie
sopravvissuta a dilagar nei
piani
fulgidi d'erba ed a ritrarsi
alfine
altera sempre del sovrano
sfarzo
che la difende, e che si
esalta ognora
quasi cosciente, in quel
superbo adergersi
dei parchi in sé - per poi
receder, soli,
maestosi purpurei
sgargianti.
2
I viali, d'ogn'intorno,
- piano - t'han preso già.
Non so qual vago cenno, ora,
persegui
che ti richiama, e va.
Ecco: repente travarchi
nell'ombra raccolta ospitale
che avvolge - fra quattro
sedili
di pietra - una vecchia
fontana.
Il Tempo, sperduto qui
sembra:
agonizzante, e solo.
Sugli umidi plinti
che, vuoti, sorreggono il
vuoto,
tu levi un profondo
sospiro d'attesa,
nel mentre l'argenteo
stillare dell'acqua
dinanzi alla cerchia di
tenebra,
fidente, ti accosta; e
rimormora,
sommesso, segrete parole.
D'attorno, repente, tu
avverti,
protese, le pietre
origliare:
t'irrigidisci, muto.
3
Tu avverti che non un
sentiero
- qui - si sofferma e sta:
ma tutti, pian piano,
portati dal dolce pendìo,
si lasciano andare,
digradan su placide scale
pei verdi terrazzi, tra'l
folto
che insieme li attarda e li
avvia,
infino agli stagni remoti,
ove il parco, fraterno, li
dona
regalmente allo spazio
regale.
E questo li prende, li
invade
di lampi e baleni,
ne trae lontananze con sé,
allor che dall'ultima
chiostra
di tutti i vivai,
alla danza serale delle nubi
s'avventa pei cieli.
4
Lo specchio dei laghetti
sonnolenti,
ove più non si bagnano le
Ninfe,
ritiene i loro pallidi
fantasmi
- come annegati - al fondo.
Lontane balaustre
fan prigioniero il parco.
Traversa l'aria un umido
cadere
di foglie morte, quasi
digradasse
giù per scale invisibili.
Squilla, sinistro il grido
d'ogni uccello
e sembra avvelenato ogni
usignolo.
Qui, non sparge i suoi doni
Primavera
sovra i cespugli increduli.
Superstite, disfatto,
un vecchio gelsomino
esala pigro torbidi profumi
commisti a questo lugubre
sentore
di agonizzanti cose.
Tu procedi; e t'insegue un
silenzioso
nembo di moscerini,
come se d'improvviso, a le
tue spalle,
tutto svanisse nel
disfacimento.
Perchè Signore
Perché, Signore, le città
non sono
se non discinte anime in
periglio.
Fuga innanzi alle fiamme, è
la più grande
fuga senza soccorso. Si
disperde
labile il flusso de' suoi
giorni grami.
Stentan gli uomni, qui, la
greve vita
- in stanze basse, tra gesti
d'angoscia -
più trepidi che non gregge
d'agnelli.
Fuori, respira la tua Terra,
Dio;
essi vivono pure, e non lo
sanno.
Crescono i bimbi, qui, sovra
gradini,
presso finestre in ombra
sempre eguale,
ignari che all'aperto i
fiori invitano
al vasto giorno percorso dai
vènti.
Debbon essere bimbi; e sono
bimbi:
ma tristemente,
disperatamente.
Qui, le fanciulle sbocciano
all'Ignoto
con il rimpianto della
dolce, infanzia.
Ciò che allora anelarono,
non venne:
e si chiudono in sé, tutte
tremando.
In stanze anguste, su
cortili tetri,
traggon la lor maternità
delusa,
Il il pianto inerte delle
notti lunghe,
i freddi giorni senza lotta
e ardore.
Stanno al bujo, in attesa,
anche i giacigli
ove morranno e a cui lente
s'avviano,
desiderose. Lentamente,
muojono.
Ogni ora, un poco. Muojono
in catene.
Se ne vanno di qui, come
mendiche.
Sono vecchi ormai
Son vecchi, ormai tutti i
regnanti al mondo.
Più non avranno, dalle
nozze, eredi.
Muojono in su lo sboccio i
loro figli:
le principesse pallide
donarono
l'egra corona al nuovo re
Metallo.
In monete, la plebe lo
frantuma;
l'efimero signore della
Terra
al fuoco lo dilata in ferrei
mostri
che si piegano, astiosi, al
suo volere.
Ma pe'l mondo non v'è
felicità.
Il ferro ha nostalgia
dell'alvo antico;
e anela rifluir da quelle
forme,
in cui sopporta misera la
vita.
Tornerà dagli scrigni e dai
cantieri
entro le vene dei dischiusi
monti,
che si rinserreran dietro il
prodigio.
Entro il notturno abisso
Entro il notturno abisso, o
mio Signore,
io ti cerco scavando. Ogni
dovizia
è, nuda povertà, riflesso
scialbo
della Bellezza tua che non
divenne.
Ma la via per raggiungerti,
Signore,
è lunga ed aspra,
paurosamente:
anzi, svanì; poi che da
tempo, ormai,
non un passo la traccia. E
Tu, sei solo.
Tu sei la solitudine che
incede
verso plaghe remote, e non
indugia.
Le mie mani che sanguinano
offese
da quell'aspro scavare, io
le protendo
al vento. Come alberi
rameggiano.
Suggono anele l'infinito
spazio,
quasi che infranto Tu ti
fossi in quello
con impeto improvviso, e
ricadessi
dai lontani pianeti su la
terra.
pulviscolo d'un mondo:
dolcemente, come cade la
pioggia a primavera.
Da il libro del
pellegrinaggio
Spengimi gli occhi, ed io Ti
veggo ancora;
rendimi sordo, e sento la
tua voce;
mozzami i piedi, e corro la
tua strada;
senza favella. a Te sciorrei
preghiere.
Dirompimi le braccia, ed io
Ti stringo
co'l cuore mio. fatto,
repente, mano.
Se fermi il cuore, batte il
mio cervello;
ardi anche questo: ed il mio
sangue, allora,
Ti accoglierà, Signore, in
ogni stilla.
Passeggiata
Lo sguardo mio già l'assolata
attinge
erta del colle, che sul fondo
spicca
dell'agreste sentiero in cui mi
avvio.
Così, da lungi, ne sorprende e
accoglie
ciò che sfiorare non potemmo; e
brilla
in piena luce; e ci tramuta pure
non raggiunto e non tócco in ciò
che siamo
senza saperlo, un po' presàghi
solo.
Muto risponde al nostro cenno,
un cenno.
Ma noi s'avverte un soffio, un
soffio appena -
cui spira contro il vento.
Campagna romana
Dalla colma città, che
dormirebbe
lieta sognando le sue Terme
eccelse,
dritta si stacca, e irrompe
nella Febbre,
questa via delle tombe. E le
finestre
degli ultimi poderi, ora, la
incalzano
con un malvagio sguardo. Essa lo
avverte
lancinarle la nuca; e più
s'affretta
a proceder struggendo, in fin
che sbocca
anelante all'aperto; e leva
supplice
verso i cieli il suo vuoto; e
ansiosa spia,
se sguardo di finestra non la
fieda.
Poi, mentre accenna d'avanzar
securi
ai lontani acquedotti, - ecco
che i cieli
scambian con essa un più tenace
vuoto.
Incontro nel viale dei
castagni
La verde oscurità, sui limitare,
come un serico manto lo ravvolse
entro la sua frescura. Ed egli -
stretti
i lembi a sé - si drappeggiava
intento,
quando lontano, al trasparente e
fermo
limite opposto, fuor dal sole
verde,
quasi irrompendo da verdi
cristalli,
una bianca figura balenò.
Per indugiar, da prima; indi,
avanzare.
Ad ogni passo, traboccò lo
scroscio
della luce su lei, fendendo i
rami;
mutevole ingrandì con le sue
forme:
ma dietro le sfuggìa, trepida e
bionda.
L'ombra, d'un tratto, si fece
profonda.
Un lampo d'occhi divampò vicino,
grande sul volto ignoto eppur
preciso,
che visse in marmo sculto il
solo istante
in cui l'incontro si staccò -
fugace.
Fu, nell'attimo, eterno: un
nulla, poi.
Il poeta
Ti distacchi da me, Ora,
scorrendo;
e mi ferisce ogni tuo colpo
d'ala.
Che mai potrà, su te, la voce
mia?
Che farò delle notti e de' miei
giorni?
Un'amante non ho, non ho dimora;
luogo non ho dove adagiar la
vita.
Ciascuna cosa a cui mi getto in
dono,
n'è subito ricolma; - e mi
rifiuta.
Fontana di Roma
(Villa Borghese)
Due coppe; e l'una che sovrasta
l'altra,
erette entrambe su la tonda
vasca
di pietra - antica. Defluisce
l'acqua
pacatamente, dal superno labbro,
su l'acqua che, di sotto,
attende e posa.
E questa tace, mentre l'altra
parla
un chioccolìo sommesso, e guarda
il cielo,
che con dischiusa mano, in gran
mistero,
quella le svela, di tra'l verde
e il bujo,
come una occulta sconosciuta
cosa.
Entro la coppa, placida
s'espande,
cerchio da cerchio, senza
nostalgia.
Solo, a volte, trasogna; e
s'abbandona
lungo i penduli muschi, a goccia
a goccia,
sino all'infimo specchio che,
tranquillo,
svaria d'ombre e di luci - e
risorride.
La nascita di Venere
In quell'alba (trascorsa era la
notte
piena d'orgasmi, d'impeti e di
grida)
il mare ancora si sconvolse.
Urlò.
E come l'urlo si richiuse lento,
giù dai pallidi cieli mattutini
nel muto abisso celere piombando
-
il mare generò.
Al primo sole scintillò di
ricci,
ribalenò l'immenso equoreo pube.
Candida, in sé rattratta, umida
ancora,
fuor dalle spume una fanciulla
emerse.
Come la foglia verde appena
messa
freme, si stira e languida si
svolge,
così, per entro la frescura
intatta,
nella fievole brezza del
mattino,
a poco a poco il corpo suo si
schiuse.
Fulgidi risalirono i ginocchi.
Sfere di luna, parvero: sommersi
nei nebulosi margini dell'anche.
L'ombra arretrò; scoprì gli
agili stinchi.
Si protesero i piedi; e furon
luce.
Come nel sorso palpita la gola,
ogni giuntura palpitò. Fu vita.
Entro il calice alcionio era
quel corpo
come in mano di bimbo un fresco
pomo;
e nel piccolo stimma a mezzo il
ventre,
accogliersi parea tutta la
tenebra
di quella immensa chiarità
vivente.
Sott'essa risalìa, fievole e
chiaro,
l'arco dei lombi, il flutto; e
ricadeva,
ruscellando sommesso, a quando a
quando.
Di luce intriso, non ancora
ombrato,
come d'aprile macchia: di
betulle,
si palesava ignudo il caldo
pube.
Quindi si bilanciò la svelta
linea
delle morbide spalle,
equilibrata,
su lo stelo del corpo, che,
diritto,
vibrò come zampillo. Alto,
ricadde,
con lento indugio, nelle braccia
lunghe,
precipitando in gonfie onde di
chiome.
Il volto trapassò, piano,
dall'ombra
del suo scorcio reclino, ecco,
alla luce.
Eretto fu. Sott'esso, rilevato,
si conchiuse del mento il tondo
giro.
Ma poi che il collo dardeggiò,
vibrando
come uno stelo fervido di linfe,
anche le braccia s'agitaron
tese,
colli di cigni all'erma sponda
aneli.
Ed ecco: all'improvviso entro la
grigia
alba sopita delle membra, corse
la prima brezza: un timido
respiro.
Nel più sottile rameggiante
intrico
delle trepide vene, un sussurrìo
flebile si levò: frusciò, sovr'esso,
il primo alacre scorrere del
sangue.
Quindi, la brezza rinforzò. Fu
vento.
Con tutto il fiato si gittò per
entro
gli acerbi seni. Li gonfiò
compresso.
Candide vele ricolme di spazio,
trassero, quelli, il lieve corpo
a riva.
Ed approdò, la Dea.
Dietro di lei che per i lidi
nuovi
- rapido il passo - procedea,
balzarono
tutto il mattino i fiori e gli
alti steli:
ardenti ed ebri, quasi appena
dèsti
da una notte d'amplessi.
Ed ella andava,
velocemente lontanando in corsa.
Ma nell'ora più calda - a mezzo
il giorno
anc&oaute;ra il mare si
sconvolse, urlando.
Un delfino gittò; dai flutti
stessi,
porpora enorme: esanime,
squarciato.