Quella strega cattiva dell’illusione *

 

 

 

La notte arriva in silenzio. Avvolge la grande città, con le sue fragilità, i suoi malesseri e i suoi misteri, in un’atmosfera apparentemente lugubre e spettrale. Fatica a farsi spazio tra le mille e mille luci artificiali che s’irradiano nelle vie, a cui si aggiungono quelle che s’affacciano dalle finestre delle case. Edifici dallo stile vario nella struttura e nell’aspetto che raccontano la storia architettonica della città dominata da diversi regimi e culture nel corso del suo sviluppo urbanistico.
Da una delle finestre di un palazzo neoclassico, una fioca luce rosea attira l’attenzione della notte. Incuriosita fa capolino in quella stanza.
La notte, rimanendo nascosta dietro le tende, vede una donna seduta, con le gambe incrociate in posizione yoga, al centro del letto. I suoi capelli rossi, lunghi fin sulle spalle, sembrano sottili nastri donati dal sole prima di tuffarsi nelle onde dell’oceano. Indossa una camicia trasparente che lascia intravedere una dolce figura dalle forme sensuali.
Poggiato sulle gambe nude ha un quadernetto. Uno di quei quaderni con la copertina in carta di riso dai colori e dalle sensazioni d’antico.
La piccola mano destra accompagna una penna nera in movimenti ora lenti e indecisi, ora sicuri e veloci, sul foglio, color giallino, che sembra piacevolmente prestarsi ai tocchi leggeri della punta fine.
La notte rimane lì incantata dalla bellezza di quell’immagine delicata. Chi è? Cosa pensa? Quale mondo nasconde quel corpo affascinante? Cosa celano quegli occhi tristi?
All’improvviso la donna con aria soddisfatta, pur mantenendo la sua malinconia, poggia la penna sul letto e sollevando il quaderno, tenendolo con ambedue le mani, comincia a recitare ad alta voce con la stessa enfasi di chi ha davanti a sé una platea di ascoltatori.
La notte esce dal suo nascondiglio e si mette seduta sul pavimento al centro della stanza. Ferma, in silenzio, l’ascolta.

 

 

 

 

 

 

 

 

“E’ arrivata un giorno
piantando nel mio giardino
il seme della speranza.
                        Ha sparso profumi
                          sottratti all’oblio,
empiendo i sogni
di ali, desideri,
frutti ed essenze.
Senza fare domande
le ho offerto vino,
miele e pane bianco.
Ora già è andata via
lasciandomi lievitare
nel ronzio del silenzio
che gravita nel giardino
ormai spoglio.”

 


La notte ha forti brividi che scuotono anche i bagliori dell’abajour acceso che è poggiato sul comodino. Come attratta, intenerita dalla malinconia incisa in quella voce, nelle sue parole, si alza, s’avvicina piano alla donna e le accarezza i capelli come a volerla consolare, a volerle far sentire la passione della vita che vibra nelle sue dita. Quelle mani eteree ed eterne che tornano fedeli ogni fine giornata ad abbracciare il mondo per lasciarlo riposare dai suoi affanni, dalle sue tristezze e miserie. Miserie di uomini che vivono nel grave peccato di non saper dare il giusto valore alla vita e alle sue preziose perle nascoste nelle piccole cose, negli ideali, negli affetti, nell’amore.
La donna al suono tenero e rassicurante di quelle carezze chiude il quaderno. S’infila sotto le coperte e spegne la luce. Si lascia andare nel mondo dei sogni.
La notte rimane vicino a lei a tenerle compagnia, a vegliare su di lei fino allo spuntare del sole, quando saranno i canti della vita, tenendola per mano, ad accompagnarla nel giorno.
E decide di tornare in quella stanza ogni sera ad accarezzare quella creatura e a cantarle la ninna nanna come una mamma fa con la sua bambina spaventata… da quella strega cattiva dell’illusione.

     

                           Maria 3 agosto 2005
 

   * E' la prima versione di un racconto revisionato e pubblicato in un'antologia.

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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