
Piero diede un calcio al tower del suo computer, sperando di placare così la
rabbia che si era concentrata nello stomaco, ed uscì di casa, sbattendo
forte la porta. Si ritrovò a camminare per strada in compagnia di qualcosa
che non riusciva a tenere a bada. Lui così sicuro di sé, così strafottente,
e deciso a non farsi incastrare nella vita, come invece era capitato a suo
padre.
Di lui ricordava il colore triste degli occhi mentre a fatica portava avanti
il suo ruolo di padre e di marito. Piero aveva capito fin da piccolo che il
padre aveva sposato sua madre perché costretto da una gravidanza
inaspettata. E lui era il figlio non desiderato, colui che lo aveva reso
così triste. Ricordava quell’uomo con la testa bassa a guardare i suoi sogni
galleggiare nella minestra che la mamma ogni giorno gli metteva a tavola.
Con la posata, lentamente li riportava a galla e poi con un movimento brusco
li affogava per prenderli tutti insieme col cucchiaio e portarli alla bocca
e mandarli giù, fin dove nasconderli nell’angolo più remoto. Ma è proprio lì
che facevano più male. Ed era morto con quel dolore che gli era arrivato fin
dentro gli organi vitali, attorcigliandosi come polpi, fino a soffocarli
senza pietà e senza che lui, suo padre, avesse mai fatto nulla per fermarlo.
Bastava prendere quel viscido animale per il collo e scaraventarlo lontano.
Ma quell’uomo non aveva mai avuto le palle per affrontare se stesso. Piero
lo amava e lo odiava per questo. Per non diventare infelice come suo padre e
con quel remoto senso di colpa, Piero si era sempre rifiutato di prestare
attenzione ai sentimenti degli altri, pensando solo a se stesso e ai suoi
interessi, al suo voler essere al centro della sua vita. Era diventato un
egocentrico.
Durante gli anni trascorsi tra i banchi di scuola, aveva preso a calci i
banchi, i compagni e, più di una volta, gli stessi professori. Ma in realtà
quei calci che era abituato a dare a destra e a manca la dicevano lunga. Ma
nessuno si era mai preoccupato di scoprire l’identità della molla che faceva
scattare la rabbia. Le sue pagelle erano state sempre pessime. “Socialmente
disadattato” aveva letto da qualche parte. Il suo rendimento minimo,
nonostante la viva intelligenza lo portasse a comprendere quello che leggeva
sui libri e quello che ascoltava dalla voce dei professori, lo aveva
convinto ad abbandonare gli studi dopo la maturità scientifica.
Ciò nonostante era riuscito ad inserirsi nel mondo del lavoro. Faceva
l’analista contabile in un grande supermercato al centro di Torino. E spesso
litigava anche con qualche suo collega e il direttore amministrativo. Non
sopportava le regole e la formalità di certi rapporti nella gerarchia
lavorativa.
Con le ragazze si era sempre divertito. Raggirandole, si faceva dare anche
l’anima oltre il corpo. Il sesso lo soddisfava. Era uno di quegli uomini che
a letto pretendeva tutto e, insensibile alle esigenze e ai sentimenti della
compagna, godeva da solo.
La sua ultima ragazza, quella che lavorava in un negozio del centro
commerciale dove era ubicato il supermercato, era incinta.
“Cazzo, proprio a me doveva capitare?” Ripeteva Piero mentre camminava per
la strada quasi deserta. Erano giorni che il giovane si sentiva incastrato
nella porta tra il suo passato e il suo futuro. Come liberarsi da quella
situazione?
Buttare via il bambino? Sarebbe stata la soluzione ideale. Lasciare la
ragazza sola col suo destino? Ma anche lui, in fondo, aveva un cuore, e non
se la sentiva di abbandonare lei e il bambino ad un destino così difficile e
crudele. Lasciar da parte il suo egoismo e optare per il matrimonio, la
risoluzione più logica e romantica?
E gli vennero in mente le minestre del padre. E i polpi che avevano
strozzato i suoi sogni. E i calci. I sogni. Il bambino. I calci. Il
bambino….Non poteva dare un calcio a quel piccolo essere! Che colpa aveva
lui? Era solo un bambino, il suo bambino. Un bambino tutto suo. Qualcuno da
proteggere; un essere umano a cui insegnare quello che lui aveva imparato
nella vita, e, attraverso il quale, riscattarsi e riscattare suo padre.
In fondo Erika, la madre del suo bambino, era una ragazza dolcissima,
innamorata, nonostante il suo carattere pessimo. Una brava ragazza. Una di
quelle donne che non aspettano altro che di diventare brave mamme e brave
mogli. E lui sarebbe stato un bravo padre e un bravo marito? Poteva
provarci, almeno. Avrebbe preteso i suoi spazi. E avrebbe avuto qualcuno ad
aspettarlo a casa, e un piatto e un letto caldi tutte le sere. Poi, nel
peggiore dei casi, si può sempre tornare indietro. Tanto nel mondo la metà
delle coppie divorzia.
E con questi pensieri prese la strada del ritorno, mentre un polpo viscido,
silenzioso lo seguiva a distanza, ben nascosto nel buio della notte, ma
attento a non perdere di vista la sua preda.
Maria 7 ottobre 2005
