Maria va con passo silenzioso, ovattato, quasi a non voler disturbare il rumore del treno che sta portando via il suo compagno. Un passo lento come un voler tornare gradualmente da un ritmo spensierato ad un altro vessato. Quello di una vita un po’ troppo stretta, opprimente per i suoi fianchi pieni della voglia di spandersi per il mondo.
Si gira un attimo alla sua destra con la sensazione di essere osservata e, infatti, seduta su un muretto di marmo vicino al terminal della stazione, c’è una donna, di quelle senza dimora, che la sta fissando. Imbarazzata, Maria riporta repentinamente il suo sguardo nel vuoto. Una strana sensazione la invade e i suoi pensieri riprendono il solito viaggio per mari attraversati in lungo e in largo alla ricerca di qualcosa che la faccia sentire felice, soddisfatta e in pace con se stessa. Ogni volta approda su isole diverse fra loro. Isole rese uniche dai loro particolari colori e profumi, ma tutte accomunate dall’essere composte della stessa terra. Quella terra fatta di acqua, sabbia, ghiaia, argilla. Ma è l’humus che Maria non riesce a scorgere. Quel miscuglio di sentimenti di cui vorrebbe nutrirsi.
Quella barbona chissà cosa ha pensato di lei. Il suo sguardo è stato intenso e interrogativo, forse si è posta la stessa domanda, o, il suo strano modo di vivere che l’ha resa sicuramente lettrice dell’anima delle persone, ha visto i colori grigi della sua.
Cosa spinge una donna a quel tipo di vita? Una scelta o semplicemente una disgrazia? Che fine avrà fatto la sua famiglia? Perché un familiare da qualche parte si ha sempre. Non si nasce dal nulla. Non si nasce soli al mondo. Eppure ci si può sentire così, soli al mondo, pur avendo una famiglia.
Maria avrebbe voluto appartenere ad una di quelle famiglie descritte nei grandi romanzi classici. Una famiglia numerosa in cui ci si riunisce la domenica per consumare il pasto del ringraziamento profumato di grano e di sole; dove l’abete di Natale non è mai troppo grande per contenere nelle sue braccia i tantissimi doni, quelli che fanno da toccasana al cuore. Una famiglia dove si partecipa tutti a rinforzare il tetto della casa quando c’è una tempesta in arrivo o quando d’estate ci si riunisce per andare in campagna a raccogliere le ciliegie e a settembre a cantare la gioia dell’uva pestata. Sono solo fantasie di romanzieri, fiabe di una volta.
Maria sa che la sua famiglia non è numerosa, ha smarrito troppe pedine nel gioco della vita. Sa che quando sbaglia essa è la prima a giudicarla e a condannarla e che, se il suo cuore per caso dovesse gioire per un qualsiasi motivo, essa sarà pronta a spezzare il filo che tiene il palloncino, perché forse in esso non c’è aria, ma qualcosa di contraffatto che potrebbe farle del male. E’ bene anche questo? Ma lei vorrebbe toccarlo nella sua naturale forma e non averne paura, vorrebbe disegnarlo ma nessuno le ha insegnato a farlo. Ha imparato da sola, ma la sua mano è ormai ingessata dal ghiaccio che nessun sole riesce ancora a sciogliere.
Sente l’acqua alla gola. Sta per annegare ancora una volta. Comincia a nuotare, a correre forte. Ma il treno è lontano. Non le resta che dirigersi verso le luci innaturali della città.
Maria vive ora per quel treno che va e viene…ma un giorno esso dovrà pur fermarsi per una barbona stanca di dormire all’addiaccio.

 

                        Maria 31 maggio 2006

Non si nasce mai dal nulla...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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