

Marga e il nuovo lavoro
Un raggio di luce calda attraversa le fessure delle tapparelle e causa un
gioco di contrasti chiaro-scuro sulla bianca tenda ricamata dalle mani di
nonna Severina. Una di quelle donne di campagna, lì dove la vita scorreva
lenta e contaminata solo dai fastidiosi insetti che, tra tini di vino e
giare di olio, frutti polposi e selvagge esecuzioni di animali da macello ed
escrementi vari, trovavano l’eden. Lì dove le donne avevano la fierezza di
figlie illibate, di mogli fedeli e riverenti, di eccellenti madri a tempo
pieno e instancabili lavoratrici in casa e fuori nei campi. Donne che
sapevano fare il pane. Donne che aspettavano in silenzio i loro uomini
tornare tardi la sera dopo una briscola e una bottiglia di vino coi
compaesani. Donne che arrossivano allo sguardo del loro uomo e che
camminavano per strada a testa alta e con gli occhi bassi per evitare di
incrociare sguardi indiscreti. Donne che vestivano presto le rughe e gli
abiti del tempo che passa.
Marga aveva sempre disapprovato quell’estremo modo di essere donna al tempo
delle sue nonne.
Ma rispetto a loro che donna è Marga? Da ieri l’estremo opposto.
Da ore si gira e rigira nel letto. Il suo corpo le fa male. La sua mente
sembra trovarsi su una rupe alta, affacciata sul vuoto assoluto o meglio
sull’inferno. Sentiva l’odore sgradevole del letame delle bestie che
pascolavano nella campagna di nonna Severina e si sentiva come imbrattata da
essa.
Ma cosa era successo ieri?
Marga torna indietro con la mente per capire, anche se non c’è tanto da
capire e soprattutto non c’è giustificazione a quello che aveva fatto poche
ore prima.
Da tempo Marga era una donna rimasta sola con due bambini dopo che suo
marito era sceso una sera a comprare il classico maledetto pacchetto di
sigarette senza fare più ritorno. Quell’uomo col quale aveva bruciato le
tappe della sua giovinezza rimanendo incinta a 17 anni al primo colpo. Ciò
aveva accelerato la sua vita di donna, moglie e madre. Aveva distrutto i
suoi sogni, quello di vivere la sua età, di continuare gli studi, di trovare
un lavoro e poi di sistemarsi creando una famiglia con il grande amore, ma
dopo molto dopo. Invece era maturata prima. Tutto era avvenuto così in
fretta e come spesso accade il suo fragile matrimonio di ripiego aveva
manifestato presto i suoi malesseri.
Lei e Franco erano arrivati al punto di litigare ogni giorno, di non
sopportarsi, di fare l’amore una volta al mese e per esigenze fisiologiche,
per sfogare un istinto primordiale e non per amore. E ciò avveniva a
discapito di tutti, e in particolare dei bambini, vittime innocenti in
queste bastarde situazioni. E una sera lui se ne era andato.
Marga confusa tra la disperazione, l’umiliazione, la liberazione e il
sovraccarico di responsabilità sembrava invecchiare velocemente e prima
degli altri. Un po’ come le sue nonne. Aveva cambiato paese e trovato una
casa più piccola e più economica. Per fortuna i suoi bambini erano in età
scolare, per cui li portava in una scuola a tempo pieno fino alle 16.30 e
durante quel lasso di tempo aveva trovato un lavoro come collaboratrice
domestica presso una coppia di anziani. Ma lo stipendio, già magro di per
sé, non le bastava mai e le bollette arretrate aumentavano. Faceva la spesa
per i suoi bambini, ma per se stessa nulla. Non andava dal parrucchiere,
faceva le sue piccole spese sui banchi del mercato. E la notte da sola nel
suo letto sognava il tempo perduto e piangeva per se stessa. Piangeva e
sentiva le voci dei suoi genitori che dall’al di là le dicevano “ Ben ti
sta! L’hai voluto tu! I peccati si pagano. E’ quello che ti meriti!” Anche
ora i suoi genitori continuavano a tormentarla, a farla sentire colpevole e
unica genitrice della sua infelicità. E Marga piangeva, dimagriva,
s’imbruttiva.
Era arrivata ad invidiare le due sue amiche, se così si potevano chiamare,
quelle due ragazze che abitavano nello stesso isolato, le uniche con cui
scambiava due parole di tanto in tanto. Le vedeva ogni giorno diventare
sempre più carine, vestire sempre meglio e spendere a destra e a manca. E si
chiedeva come facessero a sostenere quel tenore di vita.
Un giorno le incontrò al supermercato e insieme andarono ai giardini lì
vicino. Sedute su una panchina, cominciarono a parlare anche delle
difficoltà al giorno d’oggi ad andare avanti. Marga si lamentava del suo
stato precario. E chiese alle amiche come facevano a sfoggiare abiti così
eleganti, ad essere sempre ben pettinate e truccate.
Silvia rispose “Marga, ora ti confessiamo una cosa. Noi possiamo aiutarti ad
uscire dal tuo stato così deprimente. Sei una bella donna, hai bisogno solo
di rimetterti un po’ su. Ci sono tanti uomini che pagherebbero tanto per
beneficiare dei tuoi favori. E’ un lavoro come altri, è un servizio sociale
che non è più denigrato come una volta. Non ci si umilia anche a servire due
vecchi, a pulirli e a pulire il loro cesso, i loro panni puzzolenti?”
E l’altra amica, Teresa, aggiunse “Nessuno saprà nulla. Lavorerai di giorno,
quando i tuoi figli sono a scuola e lontano dal quartiere. E respireresti un
po’. Una vita difficile come la tua non vale la pena di viverla. Fra 10 anni
sarai già vecchia e brutta.”
E Silvia “I tuoi figli avrebbero ciò che si meritano. Potresti levarti tutti
gli sfizi che vuoi. E vivere più serena e desiderata dagli uomini. E poi chi
ti dice che non troverai un omino tra i tanti che si innamori di te e tu di
lui? Sai spesso i nostri clienti ritornano, si affezionano e restano fedeli,
un po’ s’innamorano. A me piace Giancarlo, ormai da lui non mi faccio più
pagare, sto bene con lui, è una sorta di relazione la nostra, usciamo
spesso, andiamo a cena fuori o al cinema, oltre che far l’amore …ma ahimè
lui è sposato.”
Teresa conclude “Potrai sempre smettere quando lo vorrai.”
Marga, per niente sorpresa, in fondo aveva sospettato qualcosa sulla fonte
di tanto benessere delle sue amiche, non si mostrò riluttante. Ma si prese
del tempo per pensarci.
I giorni passavano e lei era ancora indecisa, quando una mattina le arrivò
una telefonata dall’ufficio di ragioneria dell’ente erogatore di corrente
elettrica. Le annunciavano l’imminente stacco della corrente, a causa di
pagamenti non risolti.
Allora Marga telefonò a Silvia. E le amiche le fissarono un appuntamento con
un cliente.
Marga accompagnò i bambini a scuola salutandoli quasi con le lacrime agli
occhi, come capita solo nel primo giorno di scuola. E poi col cuore in
tumulto si recò presso l’albergo indicato dalle amiche. Piena di vergogna
chiese al portiere la camera del sig. Cattini e si ritrovò fuori alla porta
della 28. Rimase qualche minuto in silenzio, immobile. Si sentiva talmente
pesante da aver paura di sprofondare col suo corpo nel cerchio del pavimento
che aveva sotto i piedi. Poi tirò un lungo sospiro e bussò alla porta. Le
aprì un signore distinto, sui cinquanta anni, alto, magro. Nei movimenti
insicuri e con una voce rauca, sembrava impacciato anche lui. La porta si
richiuse e nel buio assoluto, con gli occhi e il cuore chiusi, Marga si
vendette al suo primo cliente.
Dopo un paio di ore uscì velocemente dall’albergo, curva, con gli occhi
bassi, un dolore fra le gambe e in petto. Tornò a casa e trovò l’altra amica
ad attenderla. La prese per un braccio e, arrivate in casa, le preparò una
camomilla.
“Lo so come ti senti. Passerà Marga. La vita è schifosa, ma dobbiamo pur
vivere e quando si è sfortunati dobbiamo mettere da parte l’orgoglio e i
principi. Alla fine arriverai a dire che quello che facciamo è dare amore a
chi ne ha bisogno in cambio di qualcosa che a noi fa bene. E’ un dare e
avere che porta vantaggi ad entrambi, a te e al tuo cliente. Un lavoro come
un altro; anche chi lavora in banca spesso lo prende nel culo da un altro.”
La sveglia suona e Marga finalmente si alza lasciando nel letto i suoi
pensieri e sperando solo che quel senso di nausea e dolore le passi presto.
Accompagna i bambini a scuola, passa all’ufficio postale a pagare le due
ultime bollette della luce e poi si reca al lavoro, il suo nuovo lavoro.
Al ritorno si ferma in una boutique vicino casa e compra finalmente quella
bella camicetta di seta nera che da mesi aveva sognato e che prima non aveva
mai potuto regalarsi, fa la spesa al supermercato, dove acquista anche due
giochi nuovi per i suoi bellissimi bambini, e torna a casa ad attendere la
telefonata di Silvia.
Maria, novembre 2005
