Mani protese in campo di grano

La luna, immersa in un cielo nero, sembra stordita dai profumi d'incensi che, come farfalle a primavera, si rincorrono tra gli stands allestiti sul lungotevere per la festa di turno. Bianchi gazebo nascondono la sponda del fiume agli ultimi gabbiani che, confusi dalle luci e dai chiassi della festa, s'attardano sui lampioni.
Intontita sembra anche Silvia che, sola e con andatura pigra, passa indiscreta tra la gente. Come un girasole senza bussola, si ferma di tanto in tanto ad osservare i luccicanti oggetti che addobbano gli espositori. Collane di vetro, scatole colorate, foulards made in China, posters di Che Chevara e di Bob Marley, insolite e profumatissime candele, si lasciano fotografare dalla voglia di Silvia di trovare qualcosa che possa riempire quel vuoto foderato di giallo che si è impadronito di quel piccolo immenso campo lì al centro del petto. Giallo forse perchè era rimasto l'alone del sole che, tramontato una sera qualunque di un tempo remoto, non voleva più saperne di arrivare fin lassù a mezzogiorno. Giallo forse perché vi pulsava il grano tagliato in estati impresse sotto la pelle tra quelle rughe dove ora le spighe crescono vuote.
E su quella pellicola stranamente tinteggiata scorrono immagini e ricordi che si accendono solo in determinati momenti, richiamati da un deja-vu o da uno stato d'animo che ha il sapore dell'assenza. Del rimpianto. Della nostalgia. Quella malinconica carezza che avvolge lo stomaco fino a risvegliare quel dolce dolore.
Tra le immagini che scorrono Silvia mette a fuoco un chiaroscuro degli anni '80. Piazza del Gesù. Anni che girano intorno all'obelisco, in fila indiana, uno dietro l'altro. Intensi. Sofferti e spensierati. I primi amori. I compagni di scuola e di pensiero. I celerini, i fascisti e i comunisti. L'università. I concerti. Le brigate rosse. Il terremoto. La voglia di esserci e di costruire un futuro con ali forti e trasparenti. Tutto in pochi e sinceri anni. Tutto lasciato lì, in quella piazza. Un aborto. Lì si era spaccata la vita di Silvia. Lì aveva abbandonato quel pezzo di vita mai più ritrovato, anche se era ritornata spesso su quel trampolino. Da lì il tempo aveva assunto altri pensieri e altre forme modellate dalla razionalizzazione forzata della vita che, accattona, aveva estorto sogni e speranze in cambio di false approvazioni. Virate per non cadere in mare e andare alla deriva.
Le immagini e i pensieri all'improvviso vengono succhiati da un quadro. Un fascio di luce gialla come un sole, al cui centro trionfa un obelisco dorato e dalle cui lame elicoidali spuntano delle mani. Un'immagine nata chissà da quale ispirazione, determinante per l'artista, insignificante per alcuni, ma che per Silvia rappresenta proprio lo stato d'animo di quel momento. Lo acquista e, fiera, torna a casa.
Sistema il suo quadro sulla parete del salotto, bene in vista e di fronte al divano. Da lì, sdraiata, nelle ore pigre dei giorni e delle notti, lo guarderà spesso. Ogni volta si sforzerà di cogliere la luce che le verrà offerta da quelle mani. E ogni volta arriverà a capire dove girarsi per guardare con umiltà il suo Sole. Proprio come un girasole. Ciò che Silvia non riuscirà forse mai a comprendere è quel sentirsi sempre malinconica, insoddisfatta nonostante ci sia il suo Van Gogh personale a cogliere quello sguardo e quel sorriso di libertà, sospesi a mezz’aria. Uno sguardo e un sorriso, sentinelle a tempo indeterminato di un libro che non vuole né chiudersi né aprirsi su vite libere da catene e dai perché. I venti vincono sempre su chi insegue balle di fieno in campi dorati, lì dove i girasoli vivono sotto un sole che, col suo spessore, splende di vita propria e segna tracce con sabbia calda… da riempire le mani, ma che sfugge tra le dita sottili.
 


         Maria 14 marzo 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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