L'
ultima poesia di Luzi
Il termine, la vetta
di quella scoscesa serpentina
ecco, si approssimava,
ormai era vicina,
ne davano un chiaro avvertimento
i magri rimasugli
di una tappa pellegrina
su alla celestiale cima.
Poco sopra
alla vista
che spazio si sarebbe aperto
dal culmine raggiunto...
immaginarlo
già era beatitudine
concessa
più che al suo desiderio al suo tormento.
Sì, l' immensità, la luce
ma quiete vera ci sarebbe stata?
Lì avrebbe la sua impresa
avuto il luminoso assolvimento
da se stessa nella trasparente spera
o nasceva una nuova impossibile scalata...
Questo temeva, questo desiderava
Avorio
Parla il cipresso equinoziale, oscuro
e montuoso esulta il capriolo,
dentro le fonti rosse le criniere
dai baci adagio lavan le cavalle.
Giù da foreste vaporose immensi
alle eccelse città battono i fiumi
lungamente, si muovono in un sogno
affettuose vele verso Olimpia.
Correranno le intense vie d'Oriente
ventilate fanciulle e dai mercati
salmastri guarderanno ilari il mondo.
Ma dove attingerò io la mia vita
ora che il tremebondo amore è morto?
Violavano le rose l'orizzonte,
esitanti città stavano in cielo
asperse di giardini tormentosi,
la sua voce nell'aria era una roccia
deserta e incolmabile di fiori.
Viaggio
Non dai vetri, di là dall'Acheronte
i vostri occhi mi guardano, città,
spere di visi languidi alla fronte
rotanti nella livida fuliggine.
Sono io il vostro pianto trattenuto,
quel gemito rientrato nell'informe,
io per un attimo, io sopravvenuto:
poi la tristezza vestirà altre forme.
Vivere e il sole immemore esiliato
sulle stoppie lontane intime al cielo,
vivere è ancora ciò che ci rimane
occupate le dita già del gelo.
Questa
felicità
Questa felicità promessa o data
m'è dolore, dolore senza causa
o la causa se esiste è questo brivido
che sommuove il molteplice nell'unico
come il liquido scosso nella sfera
di vetro che interpreta il fachiro.
Eppure dico: salva anche per oggi.
Torno torno le fanno guerra cose
e immagini su cui cala o si leva
o la notte o la neve
uniforme del ricordo.
Per mare
Nel più alto punto
dove scienza è oblìo d'ogni sapere
e certezza, mi dicono,
certezza irrefutabile venuta incontro
o nel tempo appeso a un filo
d'un riacquisto d'infanzia,
tra sonno e veglia, tra innocenza e colpa,
dove c'è e non c'è opera nostra voluta e scelta.
"La salute della mente
è là" dice una voce
con cui contendo da anni,
una voce che ora è di sirena.
Si naviga tra Sardegna e Corsica.
C'è un po' di mare
e la barca appruata scarricchia.
L'equipaggio dorme. Ma due
vegliano nella mezzaluce della plancia.
E' passato agosto; Siamo alla rottura dei tempi.
E' una notte viva.
Viva più di questa notte,
viva tanto da serrarmi la gola
è la muta confidenza
di quelli che riposano
si curi in mano d'altri
e di questi che non lasciano la manovra e il
calcolo
mentre pregano per i loro uomini in mare
da un punto oscuro della costa, mentre arriva
dalla parte del Rodano qualche raffica.
Natura
La terra e a lei concorde il mare
e sopra ovunque un mare più giocondo
per la veloce fiamma dei passeri
e la via
della riposante luna e del sonno
dei dolci corpi socchiusi alla vita
e alla morte su un campo;
e per quelle voci che scendono
sfuggendo a misteriose porte e balzano
sopra noi come uccelli folli di tornare
sopra le isole originali cantando:
qui si prepara
un giaciglio di porpora e un canto che culla
per chi non ha potuto dormire
sì dura era la pietra,
sì acuminato l'amore.
Versi d'ottobre
E' qui dove vivendo si produce ombra, mistero
per noi, per altri che ha da coglierne e a sua volta
ne getta il seme alle sue spalle, è qui
non altrove che deve farsi luce.
E' passata, ne resta appena traccia,
l'età immodesta e leggera
quando si aspetta che altri,
chiunque sia, diradi queste ombre.
Quel che verrà, verrà da questa pena.
siedo presso il mio fuoco triste, attendo
finché nasca la vampa piena o il guizzo
sul sarmento bagnato dalla fiamma.
Tu che aspetti da fuori della casa,
della luce domestica, del giorno?
oggi, oggi che il vento
balza, corre nell'allegria dei monti
e a quell'annuncio di vino e di freddi
la furbizia dei vecchi scintilla tra le grinze?
Quel che verrà, verrà da questa pena.
Altra sorte non spero mai, neppure
sotto il cielo di questo mese arcano
che il colore dell'uva si diffonde
e l'autunno ci spinge a viva forza
fino ai Cessati Spiriti o al Domine quo vadis?
Nell'imminenza
dei quarant'anni
Il pensiero m'insegue in questo borgo
cupo ove corre un vento d'altipiano
e il tuffo del rondone taglia il filo
sottile in lontananza dei monti.
Sono tra poco quarant'anni d'ansia,
d'uggia, d'ilarità improvvise, rapide
com'è rapida a marzo la ventata
che sparge luce e pioggia, son gli indugi,
lo strappo a mani tese dai miei cari,
dai miei luoghi, abitudini di anni
rotte a un tratto che devo ora comprendere.
L'albero di dolore scuote i rami...
Si sollevano gli anni alle mie spalle
a sciami. Non fu vano, è questa l'opera
che si compie ciascuno e tutti insieme
i vivi i morti, penetrare il mondo
opaco lungo vie chiare e cunicoli
fitti d'incontri effimeri e di perdite
o d'amore in amore o in uno solo
di padre in figlio fino a che sia limpido.
E detto questo posso incamminarmi
spedito tra l'eterna compresenza
del tutto nella vita nella morte,
sparire nella polvere o nel fuoco
se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.

Spaziani-Luzi-Caproni, fondatori nel 1978 del Movimento poesia, il centro studi voluto da Eugenio Montale


Ridotto a me stesso?
Ridotto a me stesso?
Morto l'interlocutore?
O morto io,
l'altro su di me
padrone del campo, l'altro,
universo, parificatore...
o no,
niente di questo:
il silenzio raggiante
dell'amore pieno,
della piena incarnazione
anticipato da un lampo? -
penso
se è pensare questo
e non opera di sonno
nella pausa solare
del tumulto di adesso...
L'uno e l'altro
"Rimanere fedeli, legare
agli altri il suo destino,
questo conta pur qualcosa"
insiste lui
torcendo in una smorfia
dubbia il viso, il suo viso
di uomo [nel torto.
"Questo conta pur qualcosa"
risponde lei
sopra pensiero e guarda
fuori l'opera del vento
da un capo all'altro della
valle lasciata a pascolo.
"Se la pensi così è una
fortuna.
La virtù, di questi tempi,
tenuta per uno straccio e
irrisa..." prende e sposta
con solennità... la mano tra
il volante e il cambio.
"Oh certo" trasale lei che
guarda
venire incontro da lontano i
monti
e serrarsi sul rettifilo di
asfalto.
"Certo" e le sfugge dalle
labbra un suono
tra il gemito e lo schiocco
di dentiera smossa.
Segue un attimo di silenzio,
lungo
per me più che per loro,
mentre penso
quale degli elementi manca,
il fuoco
o l'aria, in questa cellula
morta.
E frattanto li osservo quali
sono,
dissimili, ma uguali in
questo, che si muovono
inutilmente cauti
e si tengono al largo del
vero scopo e del vero
cruccio.
"E' l'amore, l'amore che
manca
se ne aveste notizia
o se aveste coraggio a
nominarlo"
mi volgo loro tra me e me, e
il tempo, il luogo perde
ogni contorno
e mi striscia davanti
un'ombra o una coda di
opossum.
Donna in Pisa
Non sempre fosti sola con
me, spesso guardavi
lunghe feste appassite nei
canali
scorrere sotto i ponti
inseguite dal tempo,
tra i pampini, tra i prati
languidi e il lume
della sera discendere i
fondali
e le spire del fiume.
E talvolta era incerto tra
noi chi fosse assente:
spesso vedevi i limpidi
tornei
snodarsi nelle vie sotto i
soli d'inverno,
tra logge, tra fiori fumidi
e il gelo
delle mura sospingere i
trofei
nella luce d'Averno.
Donna altrimenti -e niente
più simile alla vita-
calda d'impercettibili
passioni
velata da un vapore di
lagrime ideali
nel vento, sui ponti ultimi
al fuoco
delle stelle apparivi dai
portali,
dietro i vetri di croco.
Croce di sentieri
Sfuma l'acqua precipite i
pendii,
più le siepi non ronzano e
le more
si coprono di bruma. Tu
devii
dalla tua ombra, a poco a
poco è sera.
Vaghe, più vaghe errano
dietro un velo
di polvere le vespe, i cani
ansanti
e le viottole: l'aria
intorno al melo
s'annebbia, un breve spirito
trascorre.
I ruscelli profumano di
miele
e di menta svanita sotto i
ponti
minuscoli ove passi insieme
al sole
ed ai lenti colori della
vita.
Dietro i tuoi quieti passi
che mi lasciano
qua seduto sull'argine nel
bianco
splendore della polvere, che
fugge,
che si stacca per sempre dal
mio fianco?
La voce dei pastori nelle
gole
dei monti si raggela, dalla
selva
esce fumo e si tinge di
viola,
le mie vesti si velano di
brina.
Alla vita
Amici ci aspetta una barca e
dondola
nella luce ove il cielo
s'inarca
e tocca il mare, volano
creature pazze ad amare
il viso d'Iddio caldo di
speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta
distanza
e piangono: noi siamo in
terra
ma ci potremo un giorno
librare
esilmente piegare sul seno
divino
come rose dai muri nelle
strade odorose
sul bimbo che le chiede
senza voce.
Amici dalla barca si vede il
mondo
e in lui una verità che
precede
intrepida, un sospiro
profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi
trasparenti
scende adagio incontro ai
morenti,
raccoglie il cumulo della
vita, i dolori
le voglie segrete da anni
sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra
annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d'aspettare
l'avvenire.
Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza
profondità s'alterna
col silenzio della terra, è
bella
e tutto par nato da quella.
L'immensità dell'attimo
Quando tra estreme ombre
profonda
in aperti paesi l'estate
rapisce il canto agli
armenti
e la memoria dei pastori e
ovunque tace
la segreta alacrità delle
specie,
i nascituri avallano
nella dolce volontà delle
madri
e preme i rami dei colli e
le pianure
aride il progressivo esser
dei frutti.
Sulla terra accadono senza
luogo
senza perché le indelebili
verità, in quel soffio ove
affondan
leggere il peso le fronde
le navi inclinano il fianco
e l'ansia de' naviganti a
strane coste,
il suono d'ogni voce
perde sé nel suo grembo, al
mare al vento.
Il Giudice
"Credi che il tuo sia vero
amore? Esamina
a fondo il tuo passato" insiste
lui
saettando ben addentro
la sua occhiata di presbite tra
beffarda e strana.
E aspetta. Mentre io guardo
lontano
ed altro non mi viene in mente
che il mare fermo sotto il volo
dei gabbiani
sfrangiato appena tra gli scogli
dell'isola,
dove una terra nuda si fa ombra
con le sue gobbe o un'altra
preparata a semina
si fa ombra con le sue zolle e
con pochi fili.
"Certo, posso aver molto
peccato"
rispondo infine aggrappandomi a
qualcosa,
sia pure alle mie colpe, in
quella luce di brughiera.
"Piangere, piangere dovresti sul
tuo amore male inteso"
riprende la sua voce con un
fischio
di raffica sopra quella landa
passando alta.
L'ascolto e neppure mi domando
perché sia lui e non io di là da
questo banco
occupato a giudicare i mali del
mondo.
"Può darsi" replico io mentre
già penso ad altro,
mentre la via s'accende scaglia
a scaglia
e qui nel bar il giorno ancora
pieno
sfolgora in due pupille di
giovinetta che si sfila il
grembio
per le ore di libertà e l'uomo
che le ha dato il cambio
indossa la gabbana bianca e
viene
verso di noi con due bicchieri
colmi,
freschi, da porre uno di qua uno
di là sopra il nostro tavolo.
L'India
Tace ora, mi chiedo se oppressa
dal suo Karma,
(so della sua vita, del nome che
le dà, e del senso)
mentre mostra a lungo lo schermo
sul selciato una moltitudine
stecchita in una posa tra sonno
e morte
levarsi a stento in preghiera e
spulciarsi nell'alba.
Né forse la colpisce il primo
aspetto
ma un altro più recondito, e
vede
una giustizia di diverso stampo
in quella sofferenza di paria
orrida eppure non abbietta, e
nella sua che le scende addosso.
"Avere o non avere la sua parte
in questa vita"
riemerge in parole il suo
pensiero - ma solo un lembo.
E io ne tiro a me quella frangia
ansioso mi confidi tutto
l'altro,
attento non mi rubi niente
di lei, neppure l'amarezza, ed
attendo.
S'interrompe invece. Seguono
altre immagini dell'India
e nel loro riverbero le colgo
un sorriso estremo tra di
vittima e di bimba
quasi mi lasci quella grazia in
pegno
di lei mentre si eclissa nella
sua pena
e l'idea di se stessa le muore
dentro.
"Perché porti quel giogo, perché
non insorgi"
mi trattengo appena dal
gridarle,
soffrendo perché soffre, certo,
ma più ancora perché lascia la
presa
della mia tenerezza non saziata
e piglia il largo piangendo;
"Ascoltami" comincio a
mormorarle
e già penso al chiarore della
sala dopo il technicolor
e a lei che sul punto di partire
mi guarda da dietro la lampada
della sua solitudine tenuta
alzata di fronte.
"Mario" mi previene lei che
indovina il resto. "Ancora
levi come una spada, buona a
che?,
lo sdegno per le cose che ti
resistono.
Uomo chiuso all'intelligenza del
diverso,
negato all'amore: del mondo,
intendo, di Dio dunque"
e indulge a una smorfia fine di
scherno
per se stessa salita sul
pulpito, e quasi si annulla.
"Davvero vorrei tu avessi vinto"
le dico con affetto
incontenibile, più tardi,
mentre scorre in un brusio
d'api, nel film senza commento,
l'India.
Da
Al fuoco della
controversia
A che pagina della storia, a che
limite della sofferenza-
mi chiedo bruscamente, mi chiedo
di quel suo "ancora un poco
e di nuovo mi vedrete" detto
mite, detto terribilmente
e lui forse è là, fermo nel
nocciolo dei tempi,
là nel suo esercito di poveri
acquartierato nel protervo campo
in variabili uniformi: uno e
incalcolabile
come il numero delle cellule.
Delle cellule e delle rondini.
*
Il fiume fermo nella sua pelle
luminosa
aggricciata dal controvento,
un'ultima
ritrosia del fiume poco prima
dei ponti-
chi sa come mi lascia il tuo
silenzio
all'interno balenio di quel
ricordo
d'una sosta d'altri tempi, e in
esso
sfolgora la città disfatta in
acqua,
ne brucia di felicità la mente
quasi possano
un attimo, uno solo
accaduto e inaccaduto
rifondersi,
finchè insendibilmente non c'è
altro,
quel fuoco, quell'acqua, quegli
elementi.
Vita fedele alla vita
La città di domenica
sul tardi
quando c'è pace
ma una radio geme
tra le sue moli cieche
dalle sue viscere interite
e a chi va nel crepaccio di una
via
tagliata netta tra le banche
arriva
dolce fino allo spasimo l'umano
appiattato nelle sue chiaviche e
nei suoi ammezzati,
tregua, sì, eppure
uno, la fronte sull'asfalto,
muore
tra poca gente stranita
che indugia e si fa attorno
all'infortunio,
e noi si è qui o per destino o
casualmente insieme
tu ed io, mia compagna di poche
ore,
in questa sfera impazzita
sotto la spada a doppio filo
del giudizio o della remissione,
vita fedele alla vita
tutto questo che le è cresciuto
in seno
dove va, mi chiedo,
discende o sale a sbalzi verso
il suo principio...
sebbene non importi, sebbene sia
la nostra vita e basta.


Dalla torre
Questa terra grigia lisciata dal
vento nei suoi dossi
nella sua galoppata verso il mare,
nella sua ressa d’armento sotto i
gioghi
e i contrafforti dell’interno, vista
nel capogiro dagli spalti, fila
luce, fila anni luce misteriosi,
fila un solo destino in molte guise,
dice: "guardami, sono la tua stella"
e in quell’attimo punge più profonda
il cuore la spina della vita.
Questa terra toscana brulla e tersa
dove corre il pensiero di chi resta
o cresciuto da lei se ne allontana.
Tutti i miei più che quarant’anni
sciamano
fuori del loro nido d’ape. Cercano
qui più che altrove il loro cibo,
chiedono
di noi, di voi murati nella crosta
di questo corpo luminoso. E seguita,
seguita a pullulare morte e vita
tenera e ostile, chiara e
inconoscibile.
Tanto afferra l’occhio da questa
torre di vedetta.
*
Questa terra grigia lisciata dal
vento nei suoi dossi
nella sua galoppata verso il mare,
nella sua ressa d'armento sotto i
gioghi
e i contrafforti dell'interno, vista
nel capogiro dagli spalti, fila
luce, fila anni luce misteriosi,
fila un solo destino in molte guise,
dice: «guardami, sono la tua stella»
e in quell'attimo punge più profonda
il cuore la spina della vita.
Questa terra toscana brulla e tersa
dove corre il pensiero di chi resta
o cresciuto da lei se ne allontana.
*
Nella nebbia di quella che tu fosti
dentro cieli improvvisi alta,
friabile,
coronata di piogge, unta di lagrime,
risonante di echi, non so come...
Nel chiarore di quella che sei oggi,
o equanime, o discosta, non so come
le passioni desistono, precipita
il vento della mia vita in un
turbine.
da
Monologo
Vita che non osai chiedere e fu,
mite, incredula d'essere sgorgata
dal sasso impenetrabile del tempo,
sorpresa, poi sicura della terra,
tu vita ininterrotta nelle fibre
vibranti, tese al vento della
notte...
Era, donde scendesse, un salto
d'acque
silenziose, frenetiche, affluenti
da una febbrile trasparenza d'astri
ove di giorno ero travolto in
giorno,
da me profondamente entro di me
e l'angoscia d'esistere tra rocce
perdevo e ritrovavo sempre intatta.
Tempo di consentire sei venuto,
giorno in cui mi maturo, ripetevo,
e mormora la crescita del grano,
ronza il miele futuro. Senza pausa
una ventilazione oscura errava
tra gli alberi, sfiorava nubi e
lande;
correva, ove tendesse, vento
astrale,
deserto tra le prime fredde foglie,
portava una germinazione oscura
negli alberi, turbava pietre e
stelle.
Con lo sgomento d'una porta
che s'apra sotto un peso ignoto,
entrava
nel cuore una vertigine d'eventi,
moveva il delirio e la pietà.
Le immagini possibili di me,
passi uditi nel sogno ed inseguiti,
svanivano, con che tremenda forza
ti fu dato di cogliere, dicevo,
tra le vane la forma destinata!
Quest'ora ti edifica e ti schianta.
L'uno ancora implacato, l'altro
urgeva -
con insulto di linfa chiusa i giorni
vorticosi nascevano da me,
rapidi, colmi fino al segno,
ansiosi,
senza riparo n'ero trascinato.
Fosti, quanto puoi chiedere, reale,
la contesa col nulla era finita,
spirava un tempo lucido e furente,
senza fine perivi e rinascevi,
ne sentivi la forza e la paura.
Una disperazione antica usciva
dagli alberi, passava sulle tempie.
Sulla riva
I pontili deserti scavalcano le
ondate,
anche il lupo di mare si fa cupo.
Che fai? Aggiungo olio alla lucerna,
tengo desta la stanza in cui mi
trovo
all'oscuro di te e dei tuoi cari.
La brigata dispersa si raccoglie,
si conta dopo queste mareggiate.
Tu dove sei? ti spero in qualche
porto...
L'uomo del faro esce con la barca,
scruta, perlustra, va verso
l'aperto.
Il tempo e il mare hanno di queste
pause.
Ma dove
«Non è più qui» insinua una voce di
sorpresa
«il cuore della tua città» e si
perde
nel dedalo già buio
se non fosse una luce
piovosa di primavera in erba
visibile al di sopra dei tetti alti.
Io non so che rispondere e osservo
le api di questo viridario antico,
i doratori d'angeli, di stipi,
i lavoranti di metalli e d'ebani
chiudere ad uno ad uno i vecchi
antri
e spandersi un po' lieti e un po'
spauriti nei vicoli attorno.
«Non è più qui, ma dove?» mi domando
mentre l'accidentale e il necessario
imbrogliano l'occhio della mente
e penso a me e ai miei compagni, al
rotto
conversare con quelle anime in pena
di una vita che quaglia poco, al
perdersi
del loro brulicame di pensieri in
cerca di un polo.
Qualcuno cede, qualcuno resiste
nella sua fede tenuta
[stretta.
A
mia madre dalla sua casa
M'accoglie la tua vecchia, grigia casa
steso supino sopra un letto angusto,
forse il tuo letto per tanti anni. Ascolto,
conto le ore lentissime a passare,
più lente per le nuvole che solcano
queste notti d'agosto in terre avare.
Uno che torna a notte alta dai campi
scambia un cenno a fatica con i simili,
infila l'erta, il vicolo, scompare
dietro la porta del tugurio. L'afa
dello scirocco agita i riposi,
fa smaniare gli infermi ed i reclusi.
Non dormo, seguo il passo del nottambulo
sia demente sia giovane tarato
mentre risuona sopra pietre e ciottoli;
lascio e prendo il mio carico servile
e scendo, scendo più che già non sia
profondo in questo tempo, in questo popolo.
Se musica
è la donna amata
Ma tu continua e perditi, mia vita,
per le rosse città dei cani afosi
convessi sopra i fiumi arsi dal vento.
Le danzatrici scuotono l'oriente
appassionato, effondono i metalli
del sole le veementi baiadere.
Un passero profondo si dispiuma
sul golfo ov'io sognai la Georgia:
dal mare (una viola trafelata
nella memoria bianca di vestigia)
un vento desolato s'appoggiava
ai tuoi vetri con una piuma grigia
e se volevi accoglierlo una bruna
solitudine offesa la tua mano
premeva nei suoi limbi odorosi
d'inattuate rose di lontano.
*
O mare, mare
arioso, fresco,
frescamente infranto,
mare di prima primavera
dalle mura
della città costiera
quando era
in attesa si sé
teso ai futuri eventi.
Filtrava esso fusando
nelle minime
segregate cale,
entrava in ogni anfratto
della ripida scogliera,
si abbetteva
ringhiando ai moli
dai quali lui inondato
d'acqua e sale
luce ed aria
aveva primamente
preso il mare
per quel pellegrinaggio.
Quando? Non ricordava il tempo,
il vento era grecale -
e ora il duro periplo
di terraferme, di sole
lo riportava a sé,
senonché "sé" non c'era
né forse era mai stato
o s'era vanificato...
Oh libertà, oh assoluzione
della vita nella piena vita... Amen.
*
Duro precipitò l'anniversario
Addio pausa, addio calda bonaccia.
Aveva per un po' goduto
quel suo tirare il fiato
nel meriggio delle onde
e la loro desistenza.
Ma ora quel fulmine,
l'allarme
per il restante itinerario...
Veniva su di lui,
esso, dal fondo non placato
dei suoi anni di mare
e d'avventurose rotte
oppure era un avviso
del futuro
agguato degli eventi?
Ma unico e reciproco è il cammino,
equivalgono la foce e la sorgente...
si snoda ma ritorna
su se medesimo il viaggio,
non ha riva né marina
quel variabile incremento
di luce vorticina, ma s'approssima,
s'approssima a che fine?
La notte
lava la mente
Poco dopo si è qui come sai bene,
file d'anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.
Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.
Uccelli
Il vento è un'aspra voce che ammonisce
per noi stuolo che a volte trova pace
e asilo sopra questi rami secchi.
E la schiera ripiglia il triste volo,
migra nel cuore dei monti, viola
scavato nel viola inesauribile,
miniera senza fondo dello spazio.
Il volo è lento, penetra a fatica
nell'azzurro che s'apre oltre l'azzurro,
nel tempo ch'è di là dal tempo; alcuni
mandano grida acute che precipitano
e nessuna parete ripercuote.
Che ci somiglia è il moto delle cime
nell'ora - quasi non si può pensare
né dire - quando su steli invisibili
tutt'intorno una primavera strana
fiorisce in nuvole rade che il vento
pasce in un cielo o umido o bruciato
e la sorte della giornata è varia,
la grandine, la pioggia, la schiarita.
Nulla di ciò che accade e non ha volto
Nulla di ciò che accade e non ha volto
e nulla che precipiti puro, immune da traccia,
percettibile solo alla pietà
come te mi significa la morte.
Il vento ricco oscilla corrugato
sui vetri, finge estatiche presenze
e un oriente bianco s'esala
nei quadrivi di febbre lastricati.
Dalla pioggia alle candide schiarite
si levano allo sguardo variopinto
blocchi d'aria in festevoli distanze.
Apparire e sparire è una chimera.
E' questa l'ora tua, è l'ora di quei re
sismici il cui trono è il movimento,
insensibili se non al freddo di morte
che lasciano nel sangue all'improvviso.
Loro sede fulminea è qualche specchio
assorto nella sera, ivi s'incontrano,
ivi si riconoscono in un battito.
Sei certa ed ingannevole, è vano ch'io ti cerchi,
ti persegua di là dai fortilizi,
dalle guglie riflesse negli asfalti,
nei luoghi ove l'amore non può giungere
né la dimenticanza di se stessi.
Terrazza
«Perché sono nato nell'umano»
mormora lui vedendola mentire
e non perdere nulla della sua grazia
di movenze felpate e caute
e intanto storna gli occhi da lei quasi a scrutare
la natura del suolo che accoglie
l'animale leggiadro e ambiguo che gli sta dinanzi
[svariando.
Lei scherza con gli altri, non so quanto
inconsapevole
che lui davvero sanguina
dalla felicità d'appena ieri e dalla sua speranza
recisa
[viva dalla mente.
E' in età da accusare in pieno questo colpo - mi
dico
e guardo con i suoi occhi quel brano
di campagna pulita sulle colline
infittirsi d'ombre nel vallone di fronte
e giù la parte bassa del borgo e il fiume.
«Credi che il mio animo sia in pace
per quel poco d'anni che ho in più e di arte»
mi rivolgo a lui nel mio silenzio
quasi importi questo confronto
e non la sua interezza di cristallo
mandata in frantumi tutta dal primo urto.
«Sì, perché sono nato nell'umano»
ripete lui senza fissarmi in viso il suo sguardo
fermo
e io non trovo parole a consolarlo,
sento il morso del rimprovero soltanto
che mi viene da quel dolore giovane, senza schermo.
«Oh non mi fulminare in questo aspetto né in altro.
Non negarmi il mutamento e la vita» lampeggiano
rapiti
e tristi gli occhi di lei
quasi scorga in basso lungo i tornanti
noi altri seminati dalla sua corsa e vinti.
«Spiriti di natura ancora spessa, chiusi alla
rivelazione del
[segreto»
rifiorisce improvviso questo pensiero
appreso da lei e passato di mente
mentre lui stupisce volgendosi a quel fuoco
inafferrabile
non so se come il cane
levato alto verso l'uva in qualche fregio di portale
o
[come a insidia di serpente.
Lei tace, lo fissa dal crocchio che le fa ressa e
festa
[d'intorno
e tra ciglia e zigomi le cala un'ombra.

Mario Luzi nasce a Castello, in quegli anni frazione di Sesto Fiorentino, il 20 ottobre 1914. Nel 1926 si trasferisce con la famiglia a Siena, ma vi rimane solo tre anni. Nel '29 è di nuovo a Firenze dove compie gli studi liceali e universitari, laureandosi in letteratura francese con una tesi sullo scrittore cattolico francese François Mauriac.
La cultura cattolica francese dell'epoca influenza molto la sua formazione attraverso le pagine delle riviste d'avanguardia "Solaria", "Frontespizio" e "Campo di Marte" con cui collabora. La Firenze degli anni '30 è però essenzialmente la culla della scuola ermetica di cui Luzi è considerato uno dei fondatori. Luzi esordisce con la prima raccolta di poesia "La barca", pubblicata nel 1935, ed in quel periodo inizia a frequentare altri giovani poeti ermetici come Bigongiari, Parronchi e Bo. Nel 1938 inizia l'insegnamento alle scuole superiori che lo porterà a Parma, a San Miniato e infine a Roma dove lavorerà alla Sovrintendenza bibliografica.
Un'importantissima raccolta è datata 1940, Avvento notturno, manifesto non proclamato dell'Ermetismo il cui linguaggio, estremamente raffinato, fa della poesia la sola realtà praticabile e proponibile. Questa ermeticità e compattezza viene scossa dalla Seconda guerra mondiale e porta a un'apertura inaspettata, nel 1946, con Un brindisi, raccolta fondamentale che lo stesso Luzi definisce come «una prefigurazione, tra allucinata e orgiastica, del dramma della guerra che mette a soqquadro il falso olimpo o giardino di Armida in cui molti credevano». Nel 1945 ritorna a Firenze e in questa città insegna al liceo scientifico. Nel frattempo sposa Elena, dalla quale ha un figlio.
La raccolta successiva, Quaderno gotico (1947), rappresenta un momento di transizione dove si affaccia l'idea dell'amore che potrebbe vincere la solitudine del soggetto poetico, ma resta solo una mera speranza. Un cambiamento definitivo nella poetica di Luzi arriva con la raccolta Onore del vero (1957), dove si percepisce l'avvicinamento della poesia luziana alla storia e alla lingua comune, alle cose della vita ed alla quotidianità con un pessimismo di fondo per un “mondo opaco” ed una inquietudine che si esprime in paesaggi tetri e scossi dal vento. Tutto ciò è bilanciato dalla cattolica attesa di un riscatto dell'esistenza. Il linguaggio si fa aspro, difficile e frammentato nella raccolta Nel magma (1963), che rappresenta una vera e propria denuncia di una società, di una vita senza significato e sicurezza, espressa anche attraverso il linguaggio, sempre più comunicativo e vicino alle forme dialogate. Intanto nel 1955 gli viene assegnata la cattedra di letteratura francese alla Facoltà di Scienze Politiche di Firenze.
Seguono altre raccolte che riaffermano il cambiamento definitivo, pur restando sulla posizione di una poesia-testimonianza di un vuoto profondo e incolmabile: Dal fondo delle campagne (1965), Su fondamenti invisibili (1971), Al fuoco della controversia (1978), Per il battesimo dei nostri frammenti (1985), Frasi e incisi di un canto salutare (1990), Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994), Sotto specie umana (1999), Poesie ritrovate (2002), Dottrina dell'estremo principiante (2004). Nella produzione tarda Luzi ha trasformato il suo stile, facendo divenire prosastico il verso, ed i contenuti, che accolgono memorie di adolescenza e di ambienti della quotidianità urbana.
Oltre alla complessa produzione poetica, Luzi ha svolto anche un'intensa attività saggistica — L'inferno e il limbo (1949), Studio su Mallarmé (1959), L'idea simbolista (1959), Tutto in questione (1965), Poesia e romanzo (1974), Vicissitudine e forma (1974), Discorso naturale (1974), Naturalezza del poeta (1995), Vero e verso (2002) — e teatrale — Ipazia (1972), Rosales (1984), La Passione (1990), Io, Paola, la commediante (1992), Teatro (1993), Felicità turbate (1995), Ceneri e ardori (1997) — oltre che universitaria, come insegnante di Letteratura francese presso le università di Urbino e di Firenze.
Riceve il Premio Viareggio nel 1978. Viene nominato membro onorario dell’accademia della Crusca il 9 giugno 2003. Il 14 ottobre 2004, in occasione del suo novantesimo compleanno, è nominato Senatore a vita dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi, anche a parziale risarcimento di un Premio Nobel mai assegnato, nonostante ripetute candidature.
Si spegne a
Firenze pochi mesi dopo, il 28 febbraio
2005. Ai funerali solenni,
il 2 marzo, ha partecipato il Presidente Ciampi.
Alla memoria di Luzi è stata posta una lapide nella basilica di Santa
Croce di Firenze, tra le spoglie di Michelangelo
Buonarroti, Vittorio Alfieri,
Galileo Galilei e il cenotafio
di Dante Alighieri.
![]()
In un'intervista Luzi ha detto: -
Bisogna fargliela conoscere, proporgliela, fargliela leggere, ai giovani, la
poesia. Bisogna creare occasioni di scoperta e di novità. Non si può dire che,
soprattutto in questi ultimi anni, non lo si faccia. Ma l’esito è comunque
incerto....La scuola dovrebbe andare in questa direzione perché possa
rappresentare il momento più importante, il momento fondamentale nella
‘iniziazione’ dei giovani alla letteratura. La poesia deve però essere
presentata in maniera accattivante, in maniera simpatica, direi. Insomma bisogna
saper farla amare. E non tutti gli insegnanti ci riescono...
Riporto queste parole perchè, in quanto insegnante, mi sono fermata a riflettere
sulla mia azione didattica verso la poesia e la letteratura. Ed è vero che oggi,
più che mai, i giovani, muovendosi in questo mondo così "insensibile", hanno
bisogno di poesia.
...se
la poesia esiste, essa è ovunque.
Se la poesia esiste, non esiste soltanto nel taglio della mia mente,
non esiste solo nel desiderio della mia attuazione individuale: la
poesia è nel mondo, è scritta nel mondo, è dovunque, e io devo
soprattutto trovarla...

