Circa un anno fa fermai su carta le mie sensazioni sul mare. “La musica
del mare” una delle prime poesie e una delle mie preferite.
Ci sono poesie a cui ti senti più legato rispetto ad altre. Anche se è
vero che sono tutte nostre creature, figlie di momenti particolari,
alcune, però, le senti più tue, forse perché nate da contatti speciali
col mondo sommerso. Sono spesso quelle che scrivi di getto, senza tanti
origami mentali, perché ci si affaccia sull’anima e si affida a lei la
penna.
"La
sera stilla
fredda sulla spiaggia.
Affondo i passi rigidi
nell’umida rena.
Il vento, con salti e capriole,
dispettoso mi cinge.
La luna gioca sull’acqua
con i sacri serpenti.
I tuoi mugugni
hanno le sembianze
dei suoni gravi
di uno strumento scordato.
Ti ascolto…
Ti rispondo…
Ti parlo…
E le onde, galoppando,
vengono a raccogliere
le mie parole,
per lanciarle schiumose
in un ballo stregato
e, poi, disperderle, esauste,
nel prato blu.
Ed ecco che la tua voce
si fa intonata ed avvolgente
come un tenero amante.
E tutto si placa.
I giochi della luna
diventano farfalle briose,
le mie parole
briciole di roccia.
Il vento, ora, mi sfiora
con dolci carezze
e avvolge il mio corpo fremente
nel caldo manto della saggezza.
Riprendo, così, la strada di casa
con le ali della speranza.
E’ stupenda la tua musica...!”
Maria 6 giugno 2004
La musica del mare. Quella musica che ti fa vibrare quando ti fermi ad
ascoltarla. Il suo canto risuona l’anima di sorrisi e di dolori. Non è
sempre la stessa musica. Ogni volta il testo varia, le note messe in
successione diversa e le corde emozionali pizzicate da sensazioni nuove
o dejavu. Sono nata in campagna, ho vissuto in grandi città dall’estremo
nord al centro sud, ma adoro il mare, soprattutto se è in tempesta. Con
la sua forza, i suoi misteri, i suoi cambiamenti d’umore, mi porta ad
averne paura e a rispettarlo, e ad amarlo proprio perché così
affascinante. Stranamente non amo il contatto con esso, mi piace invece
contemplarlo, interrogarlo, ascoltarlo. Una sorta di saggio che è lì, a
mia disposizione, che mi dà risposte quasi enigmatiche, ma che realizza
il mio desiderio di affidarmi ad esso, di sapere che c’è qualcuno sempre
pronto ad ascoltarmi e che mi permette un contatto intimo con me stessa…
Trovo meraviglioso camminare a piedi nudi sulla spiaggia e sentirmi
parte viva di quello scorcio di mondo. Sentire la brezza, le mani del
vento avvolgere sinuosamente il mio corpo e giocare con i miei capelli,
come fa con l’erba alta. Sentire solleticarmi gli occhi fino a farli
lacrimare. Ascolto le sensazioni del mio corpo e mi lascio andare.
Divento una pasta molle a cui le mani della natura danno la forma voluta
dalla mia anima!
Continuare a camminare ritmando i piedi per lasciare strane orme sulla
sabbia, ora una dietro l’altra, ora solo le punte o solo i talloni.
Guardare lontano oltre quell’orizzonte, orfano di terra, e sentirmi come
attratta dalla forza sensuale di quella linea sospesa tra due mondi,
quello reale e quello onirico.
Incantarmi sulle onde che nascono laggiù e avanzano lentamente, per poi
gonfiarsi piano e poi sempre più forte e correre, correre fino a
schiantarsi con fragore spumeggiante sugli scogli, che pendolano sul
mare come cascate immobili. Oppure vederle finire agonizzanti sulla
battigia, avanti e indietro, portando granelli d’altri mondi.
Quella musica invita l’anima a danzare, a seguire quei movimenti
ondulatori che solleticano i sensi, le emozioni, i ricordi.
Ricordo quella volta che con alcuni compagni di classe si marinò la
scuola alcuni giorni prima degli esami di stato. Si organizzò un’intera
giornata insieme, in libertà, senza libri, senza prof. Noi e la
spensieratezza di quell’età, prima del gran salto, quello che
illogicamente ci avrebbe definito “maturi”. Ma è la vita, con i suoi
continui esami, con il suo metterci sempre alla prova, che ci diplomerà
maturi.
Che giorno speciale fu quello, un momento che nessuno di noi credo
dimenticherà mai. Mi rivedo lì sulla spiaggia, terribilmente bella e
giovane, terribilmente serena. Risento i nostri discorsi sul futuro, sui
nostri sogni. Volevamo cambiare il mondo, realizzare cose meravigliose
per noi e per il mondo tutto. Si guardava quell’orizzonte distante,
eppur così vicino. Una linea immaginaria dove sbocciano i sogni.
Risento le canzoni di Guccini, De Andrè e Battisti che accompagnavano i
nostri pensieri. Ci sentivamo forti, come tanti Ulisse pronti a prendere
il largo, ad affrontare tutti i rischi di chi dispiega le vele della sua
nave, ad ascoltare il canto delle sirene, ad esplorare le coste di nuove
terre. A cercare le risposte alle nostre domande.
Ahimé, eravamo del tutto ignari dei veri rischi che si corrono andando
per il mare aperto. Non immaginavamo, allora, che i nostri sforzi
sarebbero stati così faticosi e il più delle volte senza arrivare alla
meta. Che la nostra vita sarebbe andata ad una velocità frenetica che ci
avrebbe fatto perdere di vista le cose importanti: quelle che si fanno
non per vivere, ma per sentirci vivi.
Chissà quanti si sono arresi per strada? Quanti saranno andati avanti?
Quanti avranno raggiunto i loro sogni? E quanti si saranno invece
accontentati di surrogati dei sogni?
La vita è come il mare, un ondeggiare ora calmo ora burrascoso, un
seguire le correnti o andarci contro, un toccare terre nuove e, nel
rimanere delusi, cambiare rotta. Quanti avranno trovato la loro isola?
“L’isola che non c’è” cantava Bennato.
Il mare che raccoglie le nostre parole, i nostri pensieri e i nostri
sguardi. Ci parla, ci ascolta, ci racconta com’è la vita. Con la sua
musica, con il suo placarsi, ci conferma che ad ogni tempesta segue la
quiete. Percepiamo che anche le bufere contribuiscono ad armonizzare il
tutto. E che a ogni problema c’è un rimedio. Un piccolo scoglio c’è per
tutti. Bisogna avere il coraggio di cercarlo e, una volta trovato, di
esplorarlo col cuore. Quel faro laggiù illumina sempre il percorso di
chi va per il mare nei momenti di buio pesto intorno e dentro, nei
momenti di sconforto. Noi creature del mare. Creature della vita. Che ci
muoviamo in una danza infinita al suono comunque stupendo dell’orchestra
diretta da un dio sconosciuto… quello che è in noi, in fondo al nostro
mare.
Maria 9 luglio 2005


