La mia leggenda sulla Sardegna

In un tempo lontano e magico, su una grande isola al centro del Mediterraneo occidentale, vivevano il re Sardu e la sua famiglia: la bellissima moglie Masua e i due figli Cannau e Mirta, rispettivamente di 10 e 8 anni.
L’isola era assolutamente piatta, come una tavola rettangolare dal profilo lineare, al punto che dal mare la si vedeva spuntare solo quando si era molto vicini ad essa. Il suolo era per lo più granitico e calcareo e, quindi, poco adatto all’agricoltura. I suoi pochi abitanti si dedicavano alla pesca, dal tonno al muggine o cefalo, da cui già ricavavano la bottarga. Quel mare era davvero una grande risorsa per l’isola, dava loro il pane e la luce attraverso la quale guardare la vita.
Sardu, uomo saggio e rigido, era molto severo nell’educazione dei figli. Permetteva loro poco tempo da dedicare al gioco, diletto inutile. Li istruiva personalmente. Li portava spesso in giro per l’isola a studiare da vicino gli elementi naturali. Osservava insieme a loro le stelle e ne raccontava le leggende.
Masua, aiutata dalle ancelle, si occupava del bellissimo palazzo, situato al centro dell’isola, postazione ideale per ammirare il tramonto ad ovest e l’alba ad est. Si dedicava alla tessitura di stoffe, di tappeti e di cesti, con cui addobbava le stanze della sua dimora.
La vita scorreva con ritmi lenti, pacati, forse monotoni, ma serenamente. Le guerre erano lontane. E il re con la sua autorità, ma in fondo umano col suo popolo, assicurava il quieto vivere sull’isola.
Un giorno Sardu e Masua furono costretti, per motivi diplomatici, ad una partenza improvvisa verso il continente. Era giunta la triste notizia della morte della regina di un freddo paese del nord. E dopo mille raccomandazioni, lasciarono i due bambini affidati alle ancelle più anziane.
Cannau e Mirta, dopo i primi giorni di smarrimento e malinconia, cominciarono a dedicarsi ad attività ludiche in giro per l’isola. Mirta amava stare sulla spiaggia a cercare conchiglie, a giocare con l’acqua, o a raccogliere i fiori nei prati. Cannau, molto creativo, si divertiva a modellare la terra bagnata, dandole le forme più strane e varie possibili.
Mirta trovò una strana pianta. Pur conoscendo tutte le piante dell’isola grazie al padre, non aveva mai visto quell’arbusto così ricco di foglie e di frutti piccoli e di colore nero-violaceo. Ne colse uno e lo portò alla bocca. Carnoso, aveva un sapore aspro ma gustoso, forse perché avevano saltato la merenda, e ne raccolse un bel po’ che offrì anche al fratello.
Poi ripresero a giocare. Ed ecco che si verificò un fenomeno davvero straordinario. Come per magia, i due bambini cominciarono a crescere. Diventarono talmente alti che con un sol colpo d’occhio riuscivano a vedere tutta l’isola e il mare intorno. Anzi l’isola appariva ora piccola piccola. E con loro cresceva tutto ciò che toccavano con mano. Per niente spaventati, anzi divertiti, i due giganti cominciarono a saltare da un posto all’altro dell’isola. Ai loro salti la terra tremava tutta. Videro gli uomini e le donne scappare, terrorizzati da quanto stava avvenendo sotto i loro occhi, anzi sopra. Pensarono all’ira di un dio. Molti presero le barche, altri si buttarono direttamente in mare, che in quel momento sembrava il luogo più sicuro
Cannau lasciava scivolare la creta che aveva in mano un po’ per volta creando una strana protuberanza. E cominciò a tappezzare tutta l’isola di rocce dalle forme più varie possibili, come quegli animali che la mamma amava ricamare sui tappeti: l’elefante, l’orso, ecc. Mirta riempiva d’acqua il suo secchiello, che non era più tanto piccolo, e ne versava poi un po’ dappertutto tra le rocce create dal fratello. Che divertimento. Non avevano mai riso così tanto nella loro vita. Erano davvero felici. E Mirta, che adorava i fiori, cominciò a piantare di qua e di là piccoli rametti di quella strana pianta a cui verrà successivamente dato il nome di mirto. Ora l’isola non era più la stessa. Da piatta era diventata montuosa. I monti disposti in maniera molto caotica non raggiungevano i 2000 metri di altezza. Tante piccole cale rendevano le coste più affascinanti e le scogliere erano ora alte.
E sotto la luce rossa del tramonto l’isola sembrava ancora più bella, misteriosa, austera. Sdraiati con gli occhi rivolti verso il cielo, che andava tingendosi dei colori della notte, si addormentarono coccolati dalla luna intenerita e dal vento di maestrale che ora si sbizzarriva in gimcane tra le nuove rocce.
All’alba, svegliati dai richiami dei fenicotteri rosa e delle gabbianelle, si ritrovarono nelle loro dimensioni naturali. E, piccoli piccoli, attraversando quei monti, tornarono al palazzo.
Intanto Sardu e Masua sulla via del ritorno aggirarono, non riconoscendola, l’isola più volte con la loro nave. Pensarono inizialmente di aver sbagliato rotta. Poi intravidero il palazzo seminascosto da un monte e sbarcarono esterrefatti sull’isola. Informati su quanto era accaduto, nulla potevano fare per ridare all’isola il suo aspetto primitivo. Sardu, dopo aver girato in lungo e in largo il regno, si convinse che in fondo nella nuova veste la sua terra era ancora più incantevole e poteva dare al suo popolo nuove opportunità di sostentamento. Una splendida isola tutta monti e mare. E che mare! Che monti!
E così vissero tutti felici e contenti su questo piccolo pezzettino di mondo che il tempo con i suoi eventi atmosferici ha reso ancora più aspro e selvaggio, e che oggi l’uomo temerario, purtroppo, sta deturpando nell’animo e nell’aspetto. L’isola più bella del Mediterraneo. E chissà forse la Sardegna è davvero, come qualcuno afferma, il perduto continente di Atlantide.

 

             Maria 24 agosto 2005

 

 

 



 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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