
L’orgoglio di Silvana…
Piazza San Bartolomeo, terzo piano. Suono il campanello, imbarazzata
pronuncio un “Buongiorno” alla persona che mi apre la porta.
“Buongiorno. Lei è la signora Corsetti, vero ? Prego, si accomodi!”.
Alto, elegante, gentile, De Carlo è un giovane avvocato e sicuramente un
rampollo che ha ereditato lo studio dal padre e la fitta rete di clienti e
di amicizie che costui aveva coltivato nei suoi anni di carriera.
E tutto nello studio sembra avere odori e colori di “vecchio”, ma lussuoso.
Le librerie, le suppellettili, la scrivania, i lampadari di vetro di Murano
e il lungo tappeto sul parquet antico, ben lucidato.
L’uomo mi fa strada verso lo studio e con un cenno formale mi invita ad
accomodarmi su di una comoda poltrona in pelle nera. Sedutosi dall’altra
parte della scrivania, e in una posizione sicuramente superiore alla mia,
lui mi osserva. Una lama sottile, lucente, affilata, sembra quasi
squartarmi.
Il mio imbarazzo aumenta. Interrompo il rumoroso silenzio.
“La sua telefonata mi ha scossa e incuriosita. Ha parlato di un vecchio
amico che prima di andare via ha scritto qualcosa per me. Chi è ? Ora sono
qui, me lo può dire. Io non ne ho proprio idea, pur avendo tirato fuori un
po’ di fantasmi. Ma le mie sono state fantasie che sicuramente non
corrispondono a quello che, ora, lei sta per dirmi”.
E lui, accennando un sorriso freddo che aumenta il mio disagio, muove la sua
bocca enorme, con labbra pronunciate e denti bianchi e perfetti.
“Signora Corsetti, si presenta una grande opportunità e sono felice di
essere io il messaggero di tale lieta novella…”
Lo ascolto, lo guardo e il mio istinto, tirandomi per un braccio, mi
sussurra di non fidarmi. Uno che comincia così ha un piano ben architettato
e a proprio vantaggio.
“…come le ho accennato al telefono,è una lontana parente che mi ha affidato
il compito di contattarla e di portarle il messaggio di una persona che lei
ha conosciuto anni fa”.
Ed io impaziente:
“Scusi, venga al dunque e mi dica innanzi tutto il nome della persona e poi
lo scopo di tutto questo”.
L’avvocato poggia le braccia sulla scrivania; il movimento, sicuramente
nervoso, fa cadere una busta poggiata su di una cornice di argento pesante.
Non riesco a vedere l’immagine della foto. Avrà sicuramente una bella
famiglia, perfetta o, notando ora il suo anulare nudo, una bella donna, una
di quelle perfette, da portare in bella mostra a destra e a manca.
Lui apre una cartella, dà una sbirciatina ai fogli in essa inserita. Ma
intuisco che il suo è solo un voler perdere tempo. La situazione pesa anche
a lui.
Ho voglia di tornare nel mio mondo.
“Ecco, vede, una persona che ha conosciuto molti anni fa è scomparsa il mese
scorso e nel suo testamento si è ricordato di lei”.
Mi gira la testa. Una persona che ho conosciuto anni fa è morta ? E mi ha
ricordata nel suo testamento?
I miei parenti credo di conoscerli tutti. Chi è costui o costei ?
Comincio a pensare alla storia dello zio d’America. Beh, sarebbe bello un
simile risvolto, vista la situazione economica in cui mi trovo. Ma sto
andando troppo lontano con il pensiero e questo fantoccio non si muove a
parlare.
“La persona in questione è l’avvocato Roberto Pollini…”.
Roberto Pollini !..... Scoppia all’improvviso un temporale dentro di me.
Lampi che riportano alla luce immagini di quarant’anni fa e tuoni che fanno
tremare il corpo di molteplici sensazioni: amore, passione, dolore,
sofferenza, nostalgia, rimpianti, rabbia…
Roberto era stato il mio primo amore. Avevo diciannove anni all’epoca e lui
ne aveva ventiquattro. Il nostro incontro, casuale, avvenne ad una festa di
compleanno. Una di quelle feste fra ragazzi allegri, pieni di adrenalina, in
un periodo in cui non c’erano discoteche o altri ritrovi dove stare insieme.
Quando i ragazzi non sapevano come trascorrere il tempo e le ragazze erano
vittime di una mentalità provinciale e una festa di compleanno a casa del
festeggiato di turno era un grande evento. E lì avevo conosciuto Roberto.
Bello, dolce, fragile. Un ragazzo il cui destino era già stato pianificato
dal padre, il sindaco del paese. Studente di giurisprudenza vicino alla
laurea. Ci eravamo piaciuti subito. Il nostro amore sbocciò come un fiore a
primavera. All’improvviso. E il colore vivace era quello della passione.
Quando il padre venne a conoscenza del nostro rapporto, fece di tutto per
ostacolarlo. Io, la figlia del barista, avevo raggirato il figlio del
sindaco. Il mio era un raggiro. Per il figlio ero una semplice infatuazione
giovanile. Una storia a cui mettere fine subito. Ma noi continuammo a
vederci di nascosto.
Nel frattempo Roberto si laureò. Grandi festeggiamenti ai quali mi fu
vietato partecipare.
Un giorno mi accorsi di essere incinta. Spaventata, tremante lo annunciai
subito a Roberto. Lui alternò gioia e preoccupazione alla paura di dirlo a
suo padre. Come glielo avrebbe detto ? Mi chiese qualche giorno di tempo.
Doveva riflettere e agire senza colpi di testa, per il nostro bene e quello
del bambino che portavo in grembo. Così disse.
Ricordo che si pianse entrambi quando ci salutammo. Quelle due mani che
stentavano a staccarsi, tremanti di amore e di paura nel vento che spirava
da nord.
Aspettai.
I giorni passavano, ma non avevo notizie, né riuscivo ad incontrarlo.
Una sera, a cena, mio padre all’improvviso disse:
“Sapete, Roberto, il figlio del sindaco, è andato all’estero a studiare. È
partito ieri, sembra per Ocsoforte…Ossoford…!”.
Oxford, Oxford…questa parola mi rimbalzava nella mente e crollai, svenni.
Fu il medico che venne a visitarmi ad annunciare ai miei genitori il mio
stato. Mio padre si arrabbiò, ma alla fine comprese bene la situazione e mi
mandò da sua sorella a Torino.
E da allora non seppi più nulla di Roberto.
Quarant’anni è l’età di mia figlia, cresciuta da sola, in una città fredda
del nord, dove è difficile vivere con uno stipendio di impiegata postale. Ma
sono riuscita a crescerla, a farla studiare, a sistemarla. Quanti
straordinari e quante volte, nei periodi più critici, andavo a fare
compagnia ed altro a persone anziane, pur di arrotondare.
Sono diventata anche nonna, pur non essendo mai stata moglie.
Solo storie brevi, difficili, in una vita di sacrifici. E ora ?
“…Roberto è morto a causa di una malattia incurabile. Nel suo testamento ha
lasciato metà dei suoi beni a lei e a sua figlia. Ha scritto questa lettera
prima di morire”.
Prendo la lettera che l’avvocato mi porge e, con le lacrime agli occhi, la
leggo.
“Cara Silvana,
mi dispiace averti abbandonata nel tuo stato. Ma la mia posizione e
soprattutto mio padre non mi avrebbero permesso di aiutarti. Un errore
giovanile che mi ha fatto penare durante questi anni. Nonostante abbia avuto
la mia vita, una famiglia, un figlio, non ti ho mai dimenticata. E ora, che
sto per lasciare questo mondo, vorrei in parte ripagare le sofferenze che
hai subito per colpa della mia vigliaccheria. Mi perdonerai mai ?
Con eterno affetto
Roberto”
Piango lacrime di dolore per quell’uomo e per me che l’avevo sempre amato.
Ho vissuto con la speranza di trovarmelo, un giorno, davanti alla porta di
casa. L’ho perdonato ? Oggi no. Dopo aver letto queste parole…no. L’uomo sa
essere vigliacco. Un uomo che affonda il suo cuore nel fango melmoso, non è
un uomo degno di amore.
Sento il cuore aprire finalmente quella porta e lasciare entrare l’aria
fresca. Respiro diversamente ora. Mi alzo e dico al fantoccio dietro alla
scrivania.
“Non voglio neanche sapere cosa mi ha lasciato. Prepari un documento che
attesti la mia rinuncia all’eredità a beneficio della famiglia del defunto.
Poi passerò a firmare”.
Il fantoccio rimane lì impietrito ed io esco da quella stanza, da quello
studio, da quel mondo privo di sentimenti e di valori, sola ma accompagnata
dalla mia dignità.

Maria, Novembre 2005