Il profumo di lavanda dei sogni

 




Elena uscì dal portone di un vecchio palazzo del centro storico. Si avviò verso la macchina, guardandosi intorno. Percorse il lungo marciapiede, sotto i portici della grande piazza. Le dava un po’ fastidio trovarsi sola per strada, a quell’ora così tarda. Turbata, anche da quei contrasti animati d’ombre e di luci, affrettò il passo.
Avvertì sul viso, come una fredda carezza, quella leggera brezza che veniva dal mare vicino. L’ abitino di seta danzava col corpo della donna, avvolgendolo per, poi, librarsi in un movimento ondeggiante e ritornare ad abbracciare le lunghe e snelle gambe.
I suoi capelli che, solo qualche ora prima, avevano avuto una perfetta piega, ora sembravano ciocche ribelli a quella perfezione. Svolazzavano nell’inebriante incontro con le dita di quel fresco venticello.
Svoltato l’angolo, le apparve la sua macchina. Dopo una ricerca frettolosa nella borsa, tirò fuori le chiavi ed aprì lo sportello. Entrò nell’auto e si sentì, finalmente, al sicuro.
Uno sguardo allo specchietto retrovisore le fece notare quel viso di donna, ormai quarantenne. La penombra dell’abitacolo nascondeva le piccole rughe che segnavano, intorno agli occhi castano-verde e ai lati della bocca, le tappe della sua vita.
Una vita come tante, fatta d’alti e molti bassi. Una vita vissuta in abiti un po’ stretti per chi ha tanti sogni. Raramente Elena ha afferrato i suoi sogni per farne una collana. Una collana di perle da mettere con orgoglio intorno al suo collo da gazzella. Tante perle, ognuna da toccare, strofinare, per riportare alla mente il ricordo ad essa legata. E sentire la sua vita meno malinconica. Invece, le poche perle raccolte non servivano neanche a adornare l’anulare della sua mano.
Sogni rimasti là, in quel famoso cassetto, che sembra poco intonato col resto dell’arredamento. Un cassetto in cui c’infili sempre qualcosa che, raramente, viene poi fuori a prender fiato. Ci prova Elena, di tanto in tanto, ad aprirlo; ma ogni volta è costretta a chiudere e a mettere via la chiave.
Avviò il motore e con poche e sicure manovre, s’immise sulla strada…direzione casa.
Sembravano così diverse quelle vie. Forse perché non l’aveva mai attraversate di notte? O era colpa della luce fioca e un po’ triste della mezza luna?
Accese lo stereo, in cerca di un po’ di musica che fosse in sintonia col suo stato d’animo. Alzò il volume e cominciò a seguire le parole che venivano fuori dai diffusori dello stereo.
Andava avanti sulla strada, ma il pensiero tornò indietro di qualche ora. Tornò a casa del suo ultimo sogno infranto.
Paolo era ancora là nel letto; riusciva a vederne, sotto le lenzuola, il corpo nudo e, ora, persino la sua anima oscura.
Quelle stesse lenzuola avevano avvolto anche il suo corpo. Ma erano sporche, sgualcite. Elena, invece, voleva lenzuola fresche, stese al sole. Lenzuola blu, come quel cielo che fodera la vita. Morbide, come la sua pelle accarezzata dalle mani dell’Amore. Profumate, come quel campo di grano e di papaveri, dove le piacerebbe correre incontro al suo sogno.
Elena guardò per l’ultima volta quell’uomo e gli gridò “Non sei il primo, è vero; ma sicuramente sei l’ultimo stronzo a cui ho affidato ingenuamente i miei sogni. D’ora in poi lascerò i sogni a casa, e sarò io a decidere se e con chi fare sesso!...”
Un fascio di luci l’abbagliò, riportandola, d’improvviso, col pensiero sulla strada. Non aveva visto il semaforo rosso. Un tuffo al cuore, un urto violento e i sogni di Elena volarono liberi, diffondendo nell’aria il loro profumo di lavanda.


          Maria, 29 e 30 marzo 2005

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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