
La mamma era in cucina impegnata a preparare il pranzo. Era tardi e il papà,
da poco rincasato, aveva già brontolato. Tornava sempre affamato a casa.
Marta aveva appena superato il settimo livello del nuovo gioco alla Play
station. Si alzò dalla sua postazione e saltellando su un piede arrivò in
cucina.
“Mamma, mamma devo fare un tema ‘Le mie riflessioni quando sono triste…’ Mi
aiuti?”
E lei intenta ai fornelli “Marta, ora non posso. Perché non vai da papà?”
E la ragazzina, leccandosi il dito appena intinto nella maionese per il
pesce, uscì dalla cucina ed entrò nello studio del padre. Era al telefono
“No, non la pratica dello scorso anno, ma quella di febbraio….”
Gli tirò la manica della camicia. Lui coprì la cornetta con la mano e
sussurrò “Più tardi! Vai, vai!”
“Uffà – pensò- mamma e papà sono sempre impegnati, mai un momento per me. E
ora come faccio con il tema? La prof mi metterà sicuramente la nota. E
Tiziana e Federica mi prenderanno in giro. Sono le più brave della classe e
ogni volta che qualcuno ha un richiamo dalle prof loro sghignazzano
divertite. Vorrei pennellare le loro sedie con la colla e vederle
appiccicate come un francobollo alla busta. Sai quante risate mi farei. Sono
proprio delle cretine! Mi trovavo meglio alle elementari!”
Pensava al tema, si sforzava, ma non sapeva proprio da dove cominciare.
All’improvviso “Paolo, Marta! E’ pronto! Venite a tavola!”
Durante la cena, alla televisione trasmettevano il telegiornale. Diedero la
notizia di un soldato italiano morto in quel paese dove c’è sempre la
guerra. Trasmettevano orribili scene di violenza ed aveva paura. Ma perché
gli adulti non riescono ad andare d’accordo? I genitori commentavano
l’accaduto. Anche lei voleva dire la sua, ma loro non l’ ascoltavano. Finito
il telegiornale, chiese nuovamente al papà di aiutarla col tema, ma stava
per cominciare un’importante partita di calcio. Mentre sparecchiava, Marta
le chiese “Mamma, tu quando ti senti triste?”
Lei rispose ”Marta, sono così tanti i momenti di tristezza che non saprei
dove cominciare. Ecco anche ora che il papà è di là a guardare la…..”
Squillò il telefono. La mamma rispose e dalle sue parole si capiva che era
la sua collega Francesca.
Marta sentiva la mamma chiacchierare al telefono; dall’altra stanza veniva
la voce del cronista sportivo. “Aspetterò. Forse più tardi uno dei due mi
ascolterà.”
Andò in camera, si sdraiò sul letto con il suo libro preferito “Il delfino…
i sentieri del sogno portano alla verità” di Bambaren.
Lo sfogliava senza concentrarsi sulla lettura, mentre pensava ai genitori
sempre presi dal lavoro, dalle faccende, dalle partite. Pensava a lei sola
nella sua stanza. Le sarebbe piaciuto avere un fratello, o meglio una
sorella. I maschi pensano sempre al calcio. Con una sorella avrebbe avuto
più cose da condividere, le avrebbe raccontato i dispetti di Tiziana e
Federica o gli atteggiamenti dei ragazzi bulli della nuova scuola. Avrebbero
potuto guardare insieme i suoi film preferiti, leggere bei libri, giocare e
ridere.
“Uffa!”
Uscì di casa e si diresse verso la spiaggia. La nuova casa era a due passi
dal mare. I suoi genitori avevano deciso di scappare dalla città, dal suo
caos, per venire a vivere in questo posto tranquillo e così vicino al mare.
Sì, era proprio bello. E lei poteva uscire tranquillamente. Ma era anche un
posto abitato da quattro gatti.
Passeggiando, Marta raccoglieva conchiglie. Lontano vide un ragazzino con
tra le mani qualcosa di colorato. Il sole rendeva poco chiara
quell’immagine. Si avvicinò. Era un aquilone quello che il ragazzo, dalla
pelle olivastra e dai capelli ricci, teneva fra le mani.
“Ciao” le disse. E lei rispondendo al saluto, gli chiese il nome.
“Walid. Tu che fai qui tutta sola?”
“Abito nella casa bianca, in fondo al viale. I miei genitori sono impegnati
nei loro passatempi, ed io, non sapendo cosa fare in casa, sono scesa sulla
spiaggia.”
Il ragazzo, mentre cercava di sciogliere i nodi del filo del suo aquilone,
con voce tranquilla disse “ Anche tu vittima della solitudine, eh? Ma non
hai amici?”
“Abito qui da poco e non conosco nessuno. Frequento una scuola in città e i
miei compagni sono troppo lontani, per poterci frequentare al di fuori
dell’orario scolastico. Ma tu?”
“Io sono egiziano, vivo qui in Italia da pochi anni. I miei genitori non
hanno un lavoro stabile e ogni anno cambiamo città e di conseguenza io
cambio ogni volta scuola e non ho il tempo di crearmi delle amicizie. E poi
sono pochi quelli che hanno voglia di diventare miei amici.”
“Perché sei uno straniero?”
“Già! Dai vieni, ho riparato il mio aquilone, vuoi provarlo?”
Marta lo prese e cominciò a tirarlo contro vento. Si alzò. E poi sempre più
in alto. Più correva e più esso si alzava. Walid la incitava a correre
sempre più forte. Che bella sensazione. Marta si creava un varco nel vento e
gridava dalla gioia. I suoi piedi venivano lambiti dalle onde. Le facevano
il solletico. Era felice. Rideva. Ridevano. Più l’aquilone s’avvicinava alle
nuvole di zucchero filato, più ridevano.
Poi, passò l’aquilone a Walid e continuò il gioco. Alla fine sfiniti si
buttarono sulla sabbia.
Sdraiata e con lo sguardo rivolta al cielo, Marta vedeva le nuvole andare
veloci.
“Guarda Walid, quella nuvola sembra un cane con solo due zampe”
Il ragazzo con gli occhi chiusi disse “ Marta, se chiudi gli occhi vedrai
tutto quello che vuoi. Io ora vedo il mio paese, il Nilo gonfio, le
piramidi, il profumo delle spezie, la casa della nonna, e mio cugino che
gioca a pallone con me.”
“Ed io la mia vecchia casa. Ora mi vedo al bowling con i miei compagni! Ci
sei mai stato?”
“No, i miei non hanno mai il tempo di portarmi, ed io da solo non posso
andarci e poi con chi giocherei!”
Marta si mette a sedere “Sai, penso che i grandi siano troppo egoisti, persi
in cose inutili. Vabbè il lavoro è importante, ma esistono i divertimenti.
Corrono sempre. Mi rendono nervosa. Li vedo sempre così tristi!”
“Sì, dimenticano di essere felici, dimenticano di essere stati bambini e di
riflesso impediscono a noi di esserlo. Non si rendono conto che abbiamo
bisogno di essere ascoltati. Io quando chiedo qualcosa, i miei mi rispondono
che sono piccolo per capire e quindi è inutile per loro stare lì a spiegarmi
le cose e rimandano i discorsi a quando sarò più grande”
La ragazzina lo guarda “Mi piace stare qui a parlare con te. Sai, tante cose
stanno lì sulla bocca dello stomaco e mi fanno male perché non ho nessuno
con cui condividerle. Eppure tutti abbiamo bisogno degli altri. Vorrei tanto
che qualcuno mi ascoltasse.”
“Ok, se vuoi possiamo trovarci qui tutti i pomeriggi, dopo aver fatto i
compiti chiaramente. I miei ci tengono che io non faccia brutte figure a
scuola. Sai, essendo straniero, non vogliono che sfiguri.”
Marta tornò a casa e svolse il suo tema, sapeva cosa scrivere.
E così Marta e Walid si ritrovarono tutti i pomeriggi a parlare, a giocare e
a ridere. Tutto sembrava un po’ diverso dal solito, più semplice. Ogni
problema veniva affrontato con un atteggiamento diverso. Anche i compiti
sembravano più facili. E le litigate coi genitori, la superbia dei compagni
bulli più sopportabili.
Un giorno di ottobre, Marta portò dei biscotti fatti dalla mamma e li offrì
a Walid.
”Ti ringrazio, Marta, ma, in questi giorni, rispetto il digiuno imposto dal
ramadam e non posso mangiarli ora. Li metto in tasca e li mangerò stasera
dopo il tramonto.”
Marta sorpresa “Sì, ho sentito parlare di questo digiuno musulmano. Ma è
vero che dura 30 giorni?”
E Walid le spiegò il significato della festa, dei malesseri che sentiva a
volte. Non sopportava tante ore di digiuno.
Marta “Io non capisco queste differenze. Ma il Dio non è uno solo? Perché
ognuno lo chiama con nome diverso e rispetta regole diverse?”
Walid “Marta, non solo, a volte mi chiedo come mai la gente fa le guerre in
nome di quel Dio e perché ci si odia solo perché si professa religioni
differenti?”
Un improvviso boato interruppe la loro conversazione. I due ragazzi alzarono
la testa verso l’alto. Tanti piccoli pezzi di un aereo saltato in aria
volarono nel cielo, prendendo a forte velocità direzioni diverse e il fuoco
che sprigionavano crearono delle scie rosse in quell’azzurro mortificato.
Un’ala colpì i due ragazzi in pieno. I loro corpi giacevano sulla sabbia,
mentre l’eco della loro voce diffondeva intorno la solita domanda “Perché?”
Una spiaggia rosa, un mare azzurro, un cielo limpido e tondo come
all’interno di una grossa bolla d’acqua. Marta e Walid ora giocano col loro
aquilone, ma non sono soli sulla spiaggia. Tanti bambini sono intenti a
giocare in mille altri modi. Sul loro volto i colori della felicità.
Giocheranno per sempre in quel luogo lontano dal tempo, perché a loro è
stato impedito di vivere e di crescere in un mondo troppo indaffarato a fare
altro, invece di impegnarsi a costruire un mondo colorato e a rendere la
vita più tranquilla e serena ai suoi figli.
Maria, 9 ottobre 2005
