...Il più bello dei mari è
quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto. I più belli
dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei
dirti di più bello non te l'ho ancora detto...

Alla vita
I tuoi occhi
E’ l’alba
Il mio funerale
Il mio funerale
partirà dal nostro cortile?
Come mi farete scendere giù dal terzo piano?
La bara nell'ascensore non c'entra
e la scala è tanto stretta.
Il cortile sarà,
forse, pieno di sole, di piccioni
forse nevicherà, i bambini giocheranno strillando
forse sull'asfalto bagnato cadrà la pioggia
e al solito ci saranno i bidoni per l'immondezza.
Se mi tiran su nel
furgone col viso scoperto, come usa qui,
forse mi cadrà in fronte qualcosa di un piccione, porta fortuna,
che ci sia o no la fanfara, i bambini accorreranno
i bambini sono sempre curiosi dei morti.
La finestra della
nostra cucina mi seguirà con lo sguardo
il nostro balcone mi accompagnerà col bucato steso.
Sono stato felice in questo cortile, pienamente felice.
Vicini miei del cortile, vi auguro lunga vita, a tutti.
L'uomo dice alla donna: ti
amo,
come se stringessi tra le
palme il mio cuore,
simile a scheggia di vetro
che m'insanguina le dita,
quando lo spezzo follemente.
La donna dice all'uomo:
ho guardato nei tuoi occhi,
nel mio cuore,
con amore curvandomi sulle
tue labbra.
L'uomo ha taciuto.
Un libro caduto sul
pavimento.
Una finestra si è chiusa.
Come un mormorio nelle
tenebre.
Durante tutto il viaggio
Durante tutto il viaggio la
nostalgia non si è separata da
me
non dico che fosse come la mia
ombra
mi stava
accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie
mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le
mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia
nemmeno durante il sonno
durante tutto il viaggio la
nostalgia non si è separata da
me
non dico che fosse fame o sete o
desiderio
del fresco nell'afa o del caldo
nel gelo
era qualcosa che non può
giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non
era legata
alle città alle nuvole alle
canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.
durante tutto il viaggio la
nostalgia non si è separata da
me
e del
viaggio non mi resta nulla se
non quella nostalgia.
E' l'alba.
S'illumina il mondo
come l' acqua che lascia cadere sul
fondo
le sue impurità. E sei tu, all'
improvviso
tu, mio amore, nel chiarore infinito
di fronte a me.
Giorno d' inverno, senza macchia,
trasparente
come vetro. Addentare la polpa
candida e sana
d' un frutto. Amarti, mia rosa,
somiglia
all' aspirare l' aria in un bosco di
pini.
Chi sa, forse non ci ameremmo tanto
se le nostre anime non si vedessero
da lontano
non saremmo così vicini, chi sa,
se la sorte non ci avesse divisi.
E' così, mio usignolo, tra te e me
c'è solo una differenza di grado:
tu hai le ali e non puoi volare
io ho le mani e non posso pensare.
Finito, dirà un giorno madre Natura
finito di ridere e piangere
e sarà ancora la vita immensa
che non vede non parla non pensa.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all'ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d'Antalya,
sono così, le spighe, di primo mattino;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un
bimbo
ma non un giorno ha perso il loro sole;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s'illanguidiscono un poco, i tuoi
occhi
gioiosi, immensamente intelligenti,
perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d'autunno i castagneti di
Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora,
Istanbul.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà giorno, mia rosa, verrà giorno
che gli uomini si guarderanno l'un
l'altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.

Sei
Sei la mia schiavitù sei la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come la nuda carne delle notti d'estate
sei la mia patria
tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi
tu, alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui ti afferro.
Anima mia
Anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
e come s'affonda nell'acqua
immergiti nel sonno
nuda e vestita di bianco
il più bello dei sogni
ti accoglierà
anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
abbandonati come nell'arco delle mie braccia
nel tuo sonno non dimenticarmi
chiudi gli occhi pian piano
i tuoi occhi marroni
dove brucia una fiamma verde
anima mia.
Amo in te
Amo in te
l'avventura della nave che va verso il polo
amo in te
l'audacia dei giocatori delle grandi scoperte
amo in te le cose lontane
amo in te l'impossibile
entro nei tuoi occhi come in un bosco
pieno di sole
e sudato affamato infuriato
ho la passione del cacciatore
per mordere nella tua carne.
amo in te l'impossibile
ma non la disperazione.
Ti amo come
Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo di sale
come se alzandomi la notte bruciante di febbre
bevessi l'acqua con le labbra sul rubinetto
ti amo come guardo il pesante sacco della posta
non so che cosa contenga e da chi
pieno di gioia pieno di sospetto agitato
ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo
ti amo come qualche cosa che si muove in me
quando il crepuscolo scende su Istanbul poco a poco
ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo.
Notte d’autunno
In questa notte d'autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
Dalla tua testa alla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'aldilà.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro il muro, ad esempio, le mani legate
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli altri uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più povero della vita.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte,
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.
Nato nel 1902 per l'anagrafe ma in realtà nel 1901 a Salonicco, in Turchia (passata alla Grecia nel 1912); suo padre Nazim Hikmet Bey era un funzionario e sua madre Aisha Dshalila una pittrice.
Il nonno paterno, Nazım. pascià, fu governatore di varie province; era anche poeta e apparteneva alla setta dei Mevlevé, dervisci vagabondi che derivavano il loro nome dal poeta Mevlana Gelaleddín. Il nonno materno, Enver pascià, figlio di un nobile polacco fuggito dalla Siberia zarista e fattosi musulmano, era un militare di carriera, Ma era soprattutto un filologo e uno storico di grande valore.
In una famiglia cosi complessa, non mancarono certo al piccolo Hikmet gli elementi di una cultura ricca e varia, in cui si mescolavano le tradizioni e i costumi dell'oriente e dell'occidente. Il nonno Nazım pascià gli leggeva i preziosi componimenti di Mevlana e di Omar Khayam, la madre Aiscé gli spiegava Baudelaire e Lamartine. Nazım componeva versi già da quando aveva imparato a scrivere, ossia dall'età di sette anni; e costringeva la sorellina più piccola a impararli a memoria e a recitarli. Coi compagni di scuola, faceva dei giornaletti scritti per buona parte in versi. Ma la prima poesia la scrisse a tredici anni. Era ispirata a un incendio cui aveva assistito dalla finestra della sua casa.
Pubblicò i suoi primi versi alla giovane età di 17 anni. Frequentò l'università a Mosca, attratto dalla Rivoluzione Russa e dalle sue promesse di giustizia sociale; tornato in patria venne arrestato, colpevole di collaborare con una rivista di sinistra. Costretto a rifugiarsi nuovamente a Mosca ebbe contatti con le avanguardie e, in particolare, con Majakovkij. Solo un'amnistia generale gli permise di tornare in patria nel 1928.
Tra il 1929 e il 1936 pubblicò nove libri che rivoluzioneranno il modo di scrivere turco: liberò la poesia dalle convenzioni letterarie ottomane introducendo i versi liberi e uno stile colloquiale.
Nel 1938 venne condannato a 28 anni di carcere per la sua opposizione al regime di Kemal Ataturk: le sue poesie, i suoi articoli, i suoi libri furono considerati un incitamento alla rivolta. Sotto accusa, in particolare, "L'epopea di Sherik Bedrettin", dove Hikmet raccontava la ribellione contadina del 1500 contro l'impero ottomano. L'analogia è evidente. Questo fu l'ultimo libro divulgato in Turchia mentre Nazim Hikmet era in vita. Da questo momento su di lui sarà censura totale.
Pablo Neruda raccontò come l'amico Hikmet veniva trattato durante la sua prigionia: "Accusato di aver tentato di incitare l'esercito turco alla ribellione, Nazim è stato condannato alle punizioni più terribili. Mi ha detto che è stato costretto a camminare sul ponte di una nave fino a sentirsi troppo debole per rimanere in piedi, quindi lo hanno legato in una latrina dove gli escrementi arrivavano a mezzo metro sopra il pavimento... Il mio fratello poeta sente le sue forze mancare; resiste con orgoglio; comincia a cantare; all'inizio la sua voce è bassa, poi sempre più alta fino a urlare; canta tutte le canzoni, tutti i poemi d'amore che riesce a ricordare, i suoi stessi versi, le ballate d'amore dei contadini, gli inni di battaglia della gente comune; canta qualsiasi cosa che la sua mente ricordi; e così vince i suoi torturatori".
Nel 1949, a Parigi, una commissione internazionale della quale facevano parte, tra gli altri, Pablo Picasso e Jean Paul Sartre, si battè per la liberazione di Hikmet. Nello stesso anno si formò il primo governo turco eletto democraticamente, e Hikmet venne nuovamente liberato in seguito ad un'amnistia generale. Non durerà a lungo: ben presto la sua persecuzione ricominciò più spietata che mai. Simone de Beavoir raccontò gli attentati che Nazim subì e il suo tentativo di fuga per raggiungere la Bulgaria.
Nazim fu costretto a espatriare a Mosca. Durante il suo esilio ebbe il secondo attacco di cuore; nonostante le sue condizioni di salute continuò a lavorare duramente, visitando non solo l'Europa dell'Est ma anche Roma, Parigi, L'Avana, Pechino. Privato della cittadinanza turca nel 1959, scelse di diventare cittadino polacco; nello stesso anno si sposò per la terza volta.
Morì a Mosca nel giugno del 1963, a causa dell'ennesimo attacco di cuore. Il giorno prima, sentendo forse la sua fine vicina, scrisse la sua ultima poesia, dal titolo "Il mio funerale". In occasione del centenario della sua nascita, il governo turco, a seguito di una petizione firmata da oltre mezzo milione di cittadini, restituirà al grande poeta la cittadinanza che gli era stata negata.
Il poeta turco attraverso i suoi versi parla di sé stesso, del suo Paese, dei valori in cui crede fermamente e per i quali ha combattuto; la sua vita è inscindibile dalla sua poesia. Eppure, nonostante i soprusi, le ingiustizie, le torture e le privazioni subite, dai suoi versi traspare una purezza lirica straordinaria, una volontà inarrestabile nel trasmettere i suoi ideali e una passione che vive nelle sue poesie d'amore di una bellezza sorprendente.

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