Due uomini e il bambino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Guido si attarda nel suo ufficio.
Seduto dietro la scrivania con una pila di documenti davanti che guarda e riguarda senza concentrarsi sul contenuto. Entra il suo collega, quello più anziano, più riservato e più diligente sul lavoro. Si accomoda sulla sedia di fronte a Guido e lo fissa senza dire nulla. Lo scruta quasi a voler penetrare, attraverso gli occhi, nella sua anima.
Guido imbarazzato dice “ Franco, lo so è tardi. Chiudo qui e ce ne andiamo”.
E l’altro “ Sì, Guido, sono le 19. Siamo rimasti solo noi. Io non ho nessuno a casa che mi aspetta. Ma tu hai una moglie e due bambini. Dai andiamo via da questo luogo dissacratore dei diritti umani. Sei stanco e ti si legge sul viso.”
I due uomini si alzano ed escono dall’ufficio posto in un vecchio edificio al centro di Torino. Dal silenzio si trovano catapultati nel caos e nei colori ancor più grigi della metropoli. Grande e sempre in corsa per chi ha invece voglia di fermarsi a scambiare due chiacchiere. Franco, alzando la voce per superare i rumori del traffico, urla “ Ti va di andare al bar a bere un aperitivo?” Guido accetta e si dirigono al vicino bar Soave. Seduti al tavolino vicino alla grande finestra, cominciano a conversare del più e del meno.
Ad un certo punto Franco smette di parlare e, guardando il collega dritto negli occhi, esclama “ Guido che hai? E’ da tanto che ti osservo. Ti ho conosciuto 13 anni fa allegro, simpatico, ti fermavi a scherzare un po’ con tutti. Ricordi quando organizzasti quello scherzo alla signorina Reggiani per punirla dell’acidità con cui ci trattava tutti? Fu una botta di vita quella beffa. Ora, invece, ti vedo lontano coi tuoi pensieri, assente nel tuo corpo. Cosa succede?”
Guido, come un bambino che viene scoperto, ha una reazione un po’ esagerata nell’enfasi “ Franco, che cazzo dici? Solo perché mi fermo un po’ di più in ufficio. Ci sono delle pratiche che mi fanno impazzire talmente sono ingarbugliate. Subito pensate a chissà cosa. Magari mi avete già trovato un’amante nascosta dentro il cassetto della scrivania. Ma per carità, quanti pettegolezzi e strane allusioni”. Disse alzando la voce.
Poi sorseggia il suo Negroni e, cominciando a razionalizzare il suo atteggiamento, si rende conto o forse capisce che ha finalmente l’occasione di parlare con qualcuno, di sfogarsi. Non poteva continuare a tenersi tutto dentro. Cresce, l’ansia cresce e non si possono mai prevedere le conseguenze.
“Franco” esclama quasi a stento, perché un singhiozzo deforma la sua voce.
“Bevi Guido, fa un lungo respiro e comincia da dove vuoi. Lo so che hai voglia di parlare. Sono qui, pronto ad ascoltarti!” dice l’amico con tono paterno.
E Guido inizia a parlare. Le parole, troppo a lungo represse, cominciano a venir fuori come tante palline di un flipper lanciate tutte insieme nel gioco.
“Ho dimenticato chi sono, cosa voglio e dove voglio andare. Mi sento dominato da quello che gli altri, al lavoro, a casa, mi dicono di essere. Impiegato, marito, padre. Ma non mi sento uomo. E non venirmi a dire che tutte quelle cose significano essere uomo. Il lavoro è diventato noioso. In famiglia è tutto così monotono. La sera torno a casa, un pasto veloce, due chiacchiere formali. E poi le rate della macchina, il mutuo della casa. Mille pensieri che porto ormai a letto con me ogni sera. Mia moglie è anche lei stanca dopo una giornata di lavoro. E quell’amore che una volta ci aveva uniti, ora non lo sento. Quella complicità è venuta a mancare. I miei figli li amo, ma sono talmente spento che non riesco a offrire loro quello che vorrei dare. Non posso fare il matto, perché secondo la madre sarei di cattivo esempio. Non posso piangere perché mi mostrerei debole. Ho dimenticato l’esigenze di quella parte di me che graffia lì dentro, che vuole venire fuori, ma sa che deluderebbe le aspettative di tutti. Mi sento solo in mezzo agli altri. Mi sento morire piano. La spontaneità dov’è? I sogni dove sono finiti? Perché mi guardo allo specchio e vedo un uomo che non sono io? Non ho quella luce negli occhi che vi vedevo anni fa. Non ho quel sorriso che rompeva la monotonia del vetro dello specchio. Mi trascino avanti come un sacco svuotato o meglio troppo pesante da portare avanti. Se mi sento così ora a 48 anni, tra dieci e venti anni, sarò un vecchio orso, insopportabile e odiato.” E manda giù in un sol sorso l’altra metà dell’aperitivo rimasto nel bicchiere, come a voler far scivolare via ogni piccolo residuo di parola rimasta dentro.
E Franco “L’avevo capito, sai Guido. Capita a tutti di avere momenti simili. La vita ha delle regole, ci impone i suoi tempi, attraverso dei ruoli che noi vorremmo da una parte indossare con dignità e dall’altra spogliarcene per correre sui prati come da bambini, quando si andava a rubare le ciliegie sull’albero del contadino, quando si facevano le corse in bicicletta su quelle strade impervie o si spiavano le ragazzine quando giocavano, aspettando che a qualcuna si alzasse la gonna. Abbiamo bisogno di misurarci con noi stessi, con gli altri, di infrangere le regole, di sentirci quell’adrenalina scorrere forte dentro, sentirci capaci di uscire dal sentiero e ritornare su di esso a nostro piacimento. Oggi siamo adulti con le nostre responsabilità che sono talmente pesanti che impediscono a quel bambino di affacciarsi ogni tanto. Siamo tristi perché non gli permettiamo di ridere a crepapelle, di correre, di trasgredire, di vivere. Sta lì rannicchiato in un angolino, imprigionato con una catena e si lamenta, soffre e ci fa star male, ci fa vivere male. Ma siamo noi che gli procuriamo dolore.”
E Guido “Franco, già il poterne parlare con qualcuno fa star meglio. Nessuno ci ascolta. Anche noi stessi rifiutiamo di ascoltarci. E non lo sopporto più.”
Franco continua sempre con la sua voce pacata “Vedi Guido, io sono solo. Quando mia moglie era con me, io a volte andavo fuori con amici. Mi piaceva andare a caccia. Ci vado anche oggi. A volte si organizzavano cene o gite fuori porta tra amici. E mia moglie faceva altrettanto con le amiche. E l’avere ognuno il proprio spazio oltre quello che dividevamo insieme, ci gratificava rinforzando il nostro rapporto. Poi, dopo la tragedia, sono rimasto solo. Per un po’ mi sono chiuso in me stesso, non avevo voglia di andare in altri spazi, se non stare in quello dove mi mancava l’altra parte di me, quella donna che avevo amato, che mi aveva amato, che mi aveva aiutato a tener vivo il mio essere uomo, compagno, bambino. E proprio gli amici pian piano mi hanno tirato fuori dalla mia depressione. E oggi vado avanti. Ho gli amici, i miei hobby, ma la sera quando torno a casa, pur non essendoci nessuno ad aspettarmi, sento la presenza in me di quell’amore. Il ricordo, il bel ricordo di esso mi aiuta ad andare dritto sulla mia strada”.
Franco si gira un attimo al passaggio di due ragazze formose e fasciate da vestiti corti e attillati. “Ammira e gioisci anche di queste piccole cose. Non vergognartene. Il bambino è curioso e ammira il bello senza ipocrisia.” E sorride, un sorriso fanciullesco mentre dà un piccolo calcio di intesa all’amico. “Guido, bisogna avere un atteggiamento diverso. Guardati intorno, sorridi, scherza, prenditi in giro, ironizza sulle cose, sulla vita. Creati degli spazi tuoi. Dedicati a quelle cose a cui hai rinunciato. Magari coinvolgi la tua famiglia, i tuoi bambini. Te ne saranno grati. Esci dal ruolo ogni tanto, esci da te stesso e respira la scia della tua gioventù.”
Guido si alza e prende l’amico per il braccio “Vieni Franco andiamo a cena a casa mia. Vuoi vedere come sono cresciuti i miei bambini? E’ da tanto tempo che non li vedi.”
A Franco gli si illuminano gli occhi. A Guido gli si illumina il cuore. Quel bambino ha un guizzo nel suo angolino.
I due uomini escono. Quella chiacchierata è servita a qualcosa? Chissà, di sicuro per un attimo i due uomini si sono incontrati e il primo passettino è stato fatto. Poi saranno gli eventi, la volontà e l’impegno di ognuno dei due a creare nel tempo un cerchio di condivisione, in cui a trarre i benefici saranno tutti, i due uomini, la famiglia di Guido e il bambino. Quel bambino che scalpita dal fondo di quell’angolo dove l’uomo, per chissà quale motivo, decide di tenere nascosto. Nel frattempo il cielo si tinge dei colori più belli che un tramonto può offrire, quasi a presagire un domani sereno.

    

                          Maria 6 agosto 2005
 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Indietro