

LA VENERE DI MILO risale al 130 a.C ed è conservata al Louvre di Parigi.
E' una
delle più celebri statue greche. Si tratta di una scultura di marmo,
alta circa 203 cm e priva delle braccia e del basamento originale. Si
ignora l'autore, c'è chi ritiene che si tratti di un'opera di Alessandro
di Antiochia; in passato, alcuni attribuirono erroneamente l'opera a
Prassitele. La Venere di Milo venne ritrovata spezzata in due parti nel
1820 sull'isola greca di Milos. Non si conosce precisamente quale
episodio mitologico della vita di Venere venga rappresentato: si ritiene
possa essere una raffigurazione della Venus Victrix che reca il pomo
dorato a Paride: del resto, tale intepretazione ben si accorderebbe con
il nome dell'isola dove è stata ritrovata (milos, in lingua greca,
significa infatti "mela"). Del resto, alcuni frammenti di un avambraccio
e di una mano recante una mela sono stati ritrovati vicino alla statua
stessa. Dopo il ritrovamento dell'opera, sono stati numerosi i tentativi
di ricostruirne la posa originaria.

LA MAYA DESNUDA e LA MAYA VESTITA di Francisco Goya, Madrid 1789-1805, Museo del Prado Madrid
Tra il 1798 e il 1805, Goya
realizzò la Maya vestita e la Maya desnuda, due raffigurazioni della
stessa ragazza ritratta, appunto, vestita e nuda. Il committente è
ignoto, ma si sa che i dipinti giunsero in possesso del primo ministro
Godoy, famigerato donnaiolo, il quale pare che tenesse i quadri uno
sovrapposto all'altro, in modo che per mezzo di un particolare
meccanismo di trazione la Maya svestita sottostante potesse comparire
ogni qual volta lo si desiderava.
La particolarità e l'audacia della Maya desnuda risiede nella
rappresentazione priva di alcuna trasfigurazione allegorica, mitologica
o religiosa del coro nudo, e quindi nella rottura con le convenzioni
contemporanee relative a questo genere, risalenti al rinascimento.
Nel quadro di Goya nulla distrae dalle sensualità e dall'erotismo della
figura, nessun ornamento, nessun accessorio nella stanza, nessuna stoffa
particolare. Tranquilla sicura di sè e invitante, la ragazza guarda
l'osservatore, dando adito a ogni tipo di fantasia. Tale modalità di
rappresentazione apparve all'epoca talmente indecente da costare a Goya
nel 1814 una citazione davanti al tribunale dell'Inquisizione (nel
frattempo ripristinato, ancora per pochi anni, proprio in Spagna).
Il dipinto si distingue anche per un altro motivo: il costume che la
ragazza indossa nella versione "vestita" caratterizza la donna come maja,
ossia come fiera appartenente a un determinato ceto sociale legato al
majoismo, quella particolare versione di patriottismo castigliano, che
designa un fiero stile di vita. Veniva rifiutata infatti l'autorità e la
dipendenza dell'individuo dalle istituzioni statali, lo stesso Goya
proveniva da questa tradizionale classe sociale a cui restò legato per
tutta la vita.

PAOLINA BORGHESE. Antonio Canova, Galleria Borghese, Roma.
Paolina Borghese, sorella dell'Imperatore, è ritratta adagiata su un divano ad una sponda rialzata con il busto sollevato e appoggiato su due cuscini. Il suo corpo è nudo fin quasi all'inguine dove è coperta da un drappo che si adatta perfettamente alle curve del corpo. La sorella di Bonaparte è raffigurata come Venere vincitrice, infatti tiene in una mano il pomo della vittoria offertole da Paride che l'aveva giudicata la più bella dopo una sfida con Giunone ed Atena. Inoltre l'idealizzazione del volto e le sembianze divine collocano la donna al di fuori della realtà terrena. L'opera è curata nei minimi particolari da Canova che liscia alla perfezione il bellissimo corpo della donna e che scolpisce minuziosamente i capelli. Alla fine per rifinirla e forse anche per restituirla al Mondo dei mortali il maestro stende un sottile strato di cera rosata sulle parti nude per esaltare maggiormente la resa epidermica. L'opera è considerata come la prova più alta della ricerca della perfezione e della resa epidermica di Canova, grande estimatore dei canoni classici ma anche pronto ad andare oltre e farsi guidare dal suo genio.

LA NASCITA DI VENERE di Sandro Botticelli. Tempera su tela inchiodata su tavola di 172x278 cm, si trova nella Galleria degli Uffizi di Firenze e risale al 1483-1485 circa.
La dea Venere, nuda su una
conchiglia, sorge dalla spuma del mare e viene sospinta e riscaldata dal
soffio di Zefiro, il vento fecondatore, abbracciato a Clori, la ninfa
che simboleggia la fisicità dell'atto d'amore. Sulla riva della spiaggia
di Cipro, l'isola cara a Venere, una delle Ore, le ninfe che presiedono
al mutare delle stagioni, porge alla dea un manto ricamato di fiori per
proteggerla.
Anche in questo quadro, il racconto mitologico mutuato da Ovidio,
nasconde un'allegoria neoplatonica basata sul concetto di amore come
energia vivificatrice, come forza motrice della natura.
Il disegno è armonico, delicato; le linee sono elegantissime e creano,
nelle onde appena increspate, nel gonfiarsi delle vesti, nel fluire
armonico dei capelli della dea e nello stesso profilo della spiaggia ,
dei giochi decorativi sinuosi e aggraziati. I colori sono chiari e puri,
le forme nette, raffinatissime e trovano la loro sublimazione nel nudo
statuario e pudico della dea.La nudità di Venere è esaltazione della
bellezza classicamente intesa e, al contempo, della purezza dell'anima.


LA
PRIMAVERA di Sandro Botticeli. Tempera su legno 203 x
314 centimetri, dipinto intorno al 1478
Firenze - Galleria degli Uffizi
Il titolo deriva da
Giorgio Vasari, un artista e critico del XVI secolo, che ha descritto
l'opera nel suo libro sulle "Vite" degli artisti.
I colori sono brillanti e preziosi, le figure eleganti, le donne
sensuali e affascinanti; il ritmo della composizione è basato sulle
linee curve, e l'impressione generale è quella di un mondo pieno di
grazia, di armonia e di bellezza.
Eppure è un quadro enigmatico: non si sa bene cosa rappresenta. La
lettura più conosciuta è quella che attribuisce ad ogni figura, partendo
da destra, il nome di un mese: e, cominciando dall’aitante
Zefiro-febbraio, si arriverebbe a Mercurio-settembre.
Secondo un'altra teoria La Primavera rappresenta su tela la politica
di coesistenza pacifica tra le maggiori città italiane, legate
segretamente (questo il motivo di un’estrema metaforizzazione simbolica
dei personaggi) da accordi in parte già conclusi e da fissare al più
presto. Al centro di questa fitta trama di alleanze, la Firenze dei
Medici.Certo,
conosciamo l'identità dei nove personaggi allineati davanti a un
boschetto ombroso, su un prato punteggiato da decine di fiori diversi...
o, almeno, così sembra.
Da destra a sinistra vediamo:
Zefiro, il vento della primavera, mentre afferra la ninfa Cloris che,
impaurita, tenta di sfuggirgli. La giovane che sparge fiori è Flora
(ancora Cloris, che ha cambiato nome dopo le nozze con Zefiro). Al
centro c'è Venere, che stende la mano verso le tre Grazie danzanti,
mentre in alto svolazza Cupido. Infine appare Mercurio, assorto, che
volta le spalle agli altri personaggi e tocca (indica? disperde?) le
nuvole con un bastoncino (caduceo).

LA
GIOCONDA (RITRATTO DI MONNA LISA DEL GIOCONDO) di Leonardo Da Vinci
Olio su legno, dipinto a Firenze verso il 1504 e finito verso il 1516 in
Francia.
Francia, Parigi,
Musée du Louvre.
"La Gioconda" è senza dubbio il quadro più famoso di Leonardo da Vinci.
Riprodotta milioni di volte, "La Gioconda" è diventata il simbolo del
genio artistico.
Ma chi è questa donna di cui tutti conoscono il volto, gli occhi e
l'enigmatico sorriso? Gli storici dell'arte sono d'accordo nel
riconoscere in questo ritratto la fiorentina Lisa Gherardini, nata nel
1479 e moglie di Francesco di Zanobi del Giocondo. Pare che il quadro
fosse stato ordinato non dal marito di Lisa, ma da Giuliano de' Medici,
il suo amante. Vasari, primo biografo di Leonardo, racconta una seduta
di posa in cui la modella si annoiò tanto da farle assumere un'aria
stanca e triste. Leonardo aveva chiamato dei buffoni perché distraessero
la bella Lisa e magari mantenessero sulle sue labbra quel sorriso così
discreto.