Pandoro - Verona
Il Pandoro, il dolce tradizionale di Verona, deriva molto
probabilmente il suo nome dal caratteristico color giallo oro,
conferito dalle uova alla sua pasta; dal nome stesso è
facilmente intuibile che questo dolce raffinato, a lievitazione
naturale, sia frutto dell'antica arte della panificazione.
In Italia non troviamo tracce della sua produzione, se non verso
la fine dell'800. Si hanno però notizie, spesso di tono
leggendario, che fanno pensare ad origini ben più lontane. Per i
francesi per esempio la "brioche", che può essere considerata
antesignana del pandoro, si può far risalire addirittura ai
tempi di Plinio quando, nel primo secolo dopo Cristo, si cita
l'esistenza di un pane preparato con "delicato fior di farina,
impastato con uova, burro e olio". Virgilio e Tito Livio citano
lo stesso pane con il nome di "libum". In Francia la brioche ha
sempre rivestito un ruolo molto importante tanto che per più di
300 anni ha rappresentato il dessert della corte.
Per alcuni l'origine del pandoro sarebbe tutta italiana ed
esattamente la sua patria di nascita sarebbe la Repubblica
Veneta del Rinascimento, allora prospera fino all'esibizionismo,
grazie al commercio marittimo con l'oriente, tanto che sulle sue
tavole si offrivano cibi ricoperti di sottili foglie di
autentico oro zecchino, tra i quali un dolce a forma conica,
chiamato appunto "pan de oro". E infatti ritroviamo la prima
documentazione di un dolce uguale al pandoro nelle cucine
dell'aristocrazia veneziana del '700.

La versione più recente sull'origine del
pandoro vede in realtà il dolce come prodotto della
tradizione pasticcera della Casa reale degli Asburgo, quest'ultima
però influenzata a sua volta dalle tradizioni gastronomiche
pasticcere francesi della Casa reale del periodo di Luigi
XIV Re di Francia. Ancor prima dei tempi di Francesco
Giuseppe, infatti, i pasticceri viennesi sapevano
esattamente come preparare la "brioche" francese, anzi, sono
loro stessi che insegnano ai francesi come preparare un
dolce nuovo: il croissant, che originariamente si chiamava
"Pane di Vienna".
Fin dal '700-'800 erano quindi note le due tecniche del
croissant e del "Pane di Vienna" che sono rimaste alla base
della metodica del pandoro di Verona fino al secondo
dopoguerra. In particolare la lavorazione della "brioche"
francese consisteva nell'alternare due o tre fasi d'impasto
con pause di lievitazione, mentre quella del "Pane di
Vienna" prevedeva di completare l'impasto aggiungendo una
maggiore dose di burro con il sistema della pasta sfoglia,
dove diversi strati di pasta vengono alternati a strati di
burro, con il risultato che durante la cottura il dolce
acquista volume.
Accanto alle origini nobili del pandoro c'è inoltre chi sostiene
una versione più umile e che lo fa risalire a un antico dolce
familiare che era tradizione per i veronesi consumare a Natale:
il "nadalin", un dolce a forma di stella, decorato superiormente
con dadetti di dolce secco, zucchero, pinoli e liquore
all'anice. E infatti la storia "vera" del pandoro che conosciamo
ora, si perfeziona a Verona a fine '800. Allora la scuola
pasticcera per antonomasia era quella viennese e fino a pochi
decenni fa le più vecchie pasticcerie del centro storico di
Verona impiegavano pasticceri austriaci, mentre i pasticceri
veronesi andavano a fare tirocinio a Vienna.
Struffoli - Napoli
Gli struffoli sono dolci napoletani. Pare che nel Golfo di Napoli ce li abbiano
portati i Greci, al tempo di Partenope. E dal greco
deriverebbe il nome “struffolo”: precisamente dalla parola “strongoulos”,
arrotondato. Sempre in greco, la parola “pristòs” significa
tagliato. Per assonanza, uno “strongoulos pristòs”, cioè una
pallina rotonda tagliata: vale a dire lo struffolo, nella
Magna Grecia è diventata “strangolapre(ve)te”: il nome che
si dà a degli gnocchetti supercompatti, in grado di
“strozzare” gli avidi membri del clero.
Poiché
la penuria di certezze stimola la fantasia, qualcun
altro si è inventato che struffolo derivi da
strofinare: il gesto che compie chi lavora la pasta,
per arrotolarla a cilindro prima di tagliarla in
palline.
Nella preparazione degli struffoli, nulla è lasciato al
caso. Il dolce è composto da numerosissime palline di pasta
(realizzata con farina, uova, burro, zucchero e aromi) di
non più di 5-10 mm di diametro, fritte nell'olio o nello
strutto e (dopo averle lasciate a raffreddare) avvolte in
miele caldo e disposte in un piatto da portata dando loro,
in genere, una forma a ciambella; si decora, infine, la
composizione con pezzetti di cedro ed altra frutta candita,
pezzetti di zucchero e confettini colorati (chiamati
diavolilli o diavoletti).

Secondo un altro
aneddoto, sarebbe invece una monaca, Suor Ughetta, ad aver
inventato la ricetta (da notare l’assonanza tra i nomi che
compaiono nelle diverse leggende e la versione milanese
dell’uvetta, ovvero l’ughetta). P. Verri già lo chiamava pane di
tono (pane grande). La ricetta era comunque alquanto laboriosa e
il panettone poté diventare uno dei dolci natalizi più diffusi
solo quando la grande industria (Motta e Alemagna) negli anni
'50 riuscì a produrlo in notevoli quantità. Angelo Motta creò
l'odierno panettone alto, fasciando l'impasto con carta sottile
in modo da farlo crescere verticalmente.