

L'uomo e il mare
Sempre il mare, uomo
libero, amerai!
perché il mare è il tuo specchio; tu contempli
nell'infinito svolgersi dell'onda
l'anima tua, e un abisso è il tuo spirito
non meno amaro. Godi nel tuffarti
in seno alla tua immagine; l'abbracci
con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore
si distrae dal tuo suono al suon di questo
selvaggio ed indomabile lamento.
Discreti e tenebrosi ambedue siete:
uomo, nessuno ha mai sondato il fondo
dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,
mare, le tue più intime ricchezze,
tanto gelosi siete d'ogni vostro
segreto. Ma da secoli infiniti
senza rimorso né pietà lottate
fra voi, talmente grande è il vostro amore
per la strage e la morte, o lottatori
eterni, o implacabili fratelli!
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L'albatro
Sovente, per diletto, i marinai catturano degli albatri, grandi uccelli marini che seguono, indolenti compagni di viaggio, il bastimento scivolante sopra gli abissi amari.
Appena li hanno deposti sulle tavole, questi re dell'azzurro, goffi e vergognosi, miseramente trascinano ai loro fianchi le grandi, candide ali, quasi fossero remi.
Com'è intrigato, incapace, questo viaggiatore alato! Lui, poco addietro così bello, com'è brutto e ridicolo. Qualcuno irrita il suo becco con una pipa mentre un altro, zoppicando, mima l'infermo che prima volava.
E il Poeta, che è avvezzo alle tempeste e ride dell'arciere, assomiglia in tutto al principe delle nubi: esiliato in terra, fra gli scherni, non può per le sue ali di gigante avanzare di un passo.
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Inno alla bellezza
Vieni tu dal cielo profondo o sorgi dall'abisso, Beltà? Il tuo sguardo, infernale e divino, versa, mischiandoli, beneficio e delitto: per questo ti si può comparare al vino.
Riunisci nel tuo occhio il tramonto e l'aurora, diffondi profumi come una sera di tempesta; i tuoi baci sono un filtro, la tua bocca un'anfora, che rendono audace il fanciullo, l'eroe vile.
Sorgi dal nero abisso o discendi dagli astri? Il Destino incantato segue le tue gonne come un cane: tu semini a casaccio la gioia e i disastri, hai imperio su tutto, non rispondi di nulla.
Cammini sopra i morti, Beltà, e ti ridi di essi, fra i tuoi gioielli l'Orrore non è il meno affascinante e il Delitto, che sta fra i tuoi gingilli più cari, sul tuo ventre orgoglioso danza amorosamente.
La farfalla abbagliata vola verso di te, o candela, e crepita, fiammeggia e dice: "Benediciamo questa fiaccola!" L'innamorato palpitante chinato sulla bella sembra un morente che accarezzi la propria tomba.
Venga tu dal cielo o dall'inferno, che importa, o Beltà, mostro enorme, pauroso, ingenuo; se il tuo occhio, e sorriso, se il tuo piede, aprono per me la porta d'un Infinito adorato che non ho conosciuto?
Da Satana o da Dio, che importa? Angelo o Sirena, che importa se tu - fata dagli occhi vellutati, profumo, luce, mia unica regina - fai l'universo meno orribile e questi istanti meno gravi?
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Profumo esotico
Quando, a occhi chiusi, una calda sera d'autunno, respiro il profumo del tuo seno ardente, vedo scorrere rive felici che abbagliano i fuochi di un sole monotono;
una pigra isola in cui la natura esprime alberi bizzarri e frutti saporosi, uomini dal corpo snello e vigoroso e donne che meravigliano per la franchezza degli occhi.
Guidato dal tuo profumo verso climi che incantano, vedo un porto pieno d'alberi e di vele ancora affaticati dall'onda marina,
mentre il profumo dei verdi tamarindi che circola nell'aria e mi gonfia le narici, si mescola nella mia anima al canto dei marinai.
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Corrispondenze
La Natura è un tempio ove pilastri viventi lasciano sfuggire a tratti confuse parole; l'uomo vi attraversa foreste di simboli, che l'osservano con sguardi familiari.
Come lunghi echi che da lungi si confondono in una tenebrosa e profonda unità, vasta come la notte e il chiarore del giorno, profumi, colori e suoni si rispondono.
Vi sono profumi freschi come carni di bimbo, dolci come òboi, verdi come prati - altri, corrotti, ricchi e trionfanti,
che posseggono il respiro delle cose infinite: come l'ambra, il muschio, il benzoino e l'incenso; e cantano i moti dell'anima e dei sensi.
Donne dannate
Coricate sulla sabbia come armento pensoso volgono gli occhi verso l'orizzonte marino e i piedi che si cercano, le mani ravvicinate hanno dolci languori e brividi amari.
Le une, cuori innamorati di lunghe confidenze, nel folto dei boschetti sussurranti di ruscelli, vanno riandando l'amore delle timide infanzie e incidendo il legno verde dei giovani arbusti;
altre, camminano lente e gravi come suore attraverso le rocce piene di apparizioni, dove Sant'Antonio vide sorgere, come lava, i seni nudi e purpurei delle sue tentazioni;
e ve n'è che ai bagliori di resine stillanti, nel muto cavo di vecchi antri pagani, ti chiamano in soccorso delle loro febbri urlanti, o Bacco, che sai assopire gli antichi rimorsi.
Altre, il cui petto ama gli scapolari e nascondono il frustino entro le lunghe vesti, mischiano, nelle notti solitarie e nei boschi scuri, la schiuma del piacere e le lagrime degli strazi.
O vergini, o demòni, mostri, martiri, grandi spiriti spregiatori della realtà, assetate d'infinito, devote o baccanti, piene ora di gridi ora di pianti,
o voi, che la mia anima ha inseguito nel vostro inferno, sorelle, tanto più vi amo quanto più vi compiango per i vostri cupi dolori, per le vostre seti mai saziate, per le urne d'amore di cui traboccano i vostri cuori.
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Allegoria
È una bella donna, di ricca nuca, e lascia che la sua chioma fluisca nel vino... Le unghiate dell'amore e i veleni della bisca scivolano e si smussano al granito della sua pelle. Ride della Morte e si beffa del Vizio, quei mostri la cui mano, sempre pronta a raschiare e falciare, ha rispettato nei suoi giochi distruttori la rude maestà del corpo sodo e dritto. Incede come una dea, riposa come una sultana; ha nel piacere la fede dei maomettani, nelle sue braccia spalancate, che il seno colma, richiama con gli occhi l'intera razza umana. Crede, sa, questa vergine infeconda, e pure necessaria al cammino del mondo, che la bellezza del corpo è un dono sublime capace di trovare un perdono a ogni infamia. Ignora Inferno e Purgatorio; quando verrà l'ora d'entrare nell'oscurità della Notte, fisserà la Morte senza odio né rimorso, come un neonato.
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L'amore e il cranio
L'Amore sta assiso sul cranio dell'Umanità e da quel trono profano, con riso sfrontato,
soffia gaio delle bolle rotonde che s'innalzano nell'aria, quasi a raggiungere i mondi al fondo dell'etere.
Il globo fragile e luminoso prende un grande slancio, scoppia e sputa la sua anima gracile come un sogno d'oro.
Odo il cranio, a ogni bolla, gemere e pregare: "Quando finirà questo gioco feroce e ridicolo?" Perché quel che la tua bocca crudele sparpaglia nell'aria, mostro assassino, è il mio cervello, il mio sangue, la mia carne!"
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Le due buone sorelle
La Dissolutezza e la Morte sono due sgualdrine amabili, prodighe di baci e piene di salute, il cui fianco eternamente vergine e fasciato di stracci, preso da un perenne travaglio, non ha mai partorito.
Al poeta sinistro, nemico delle famiglie, favorito dell'inferno, artigiano malmesso, tombe e lupanari mostrano sotto le loro volte un letto che il rimorso non ha mai frequentato.
Bara ed alcova, feconde di bestemmie, a volta a volta ci offrono, come buone sorelle, piaceri terribili e dolcezze paurose.
Quand'è che vuoi sotterrarmi, Dissolutezza dalle immonde braccia? E quando, Morte, sua rivale in bellezza, verrai a innestare sui suoi mirti infetti i tuoi neri cipressi?
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La distruzione
Incessantemente, vicino a me, s'agita il Demonio, e mi vagola dattorno come un'aria impalpabile; io l'inghiotto e sento che mi brucia i polmoni e li riempie d'un desiderio eterno e colpevole.
Conoscendo il mio grande amore per l'Arte prende, qualche volta, le sembianze della più seducente delle donne, e con speciosi pretesti da ipocrita avvezza le mie labbra ai filtri più infami.
Lontano dallo sguardo di Dio, mi porta, ansante, rotto dalla stanchezza, nelle profonde e deserte piane della Noia,
e getta sui miei occhi confusi vesti lordate, ferite aperte, tutto il sanguinoso apparato della Distruzione!
Charles Baudelaire nasce a Parigi il 9 aprile del 1821. Il padre, ultrasessantenne, muore nel 1827 e la giovane madre sposa Jacques Aupick, futuro generale, il quale, a causa della propria freddezza, rigidità e del perbenismo borghese, si guadagnerà l’odio del figliastro.
Baudelaire frequenta prima il Collège Royal di Lione e poi il Collège Louis-le-Grand della sua città, scuola da dove viene espulso nel 1839. Nel 1841, costretto dal patrigno, Baudelaire si imbarca su una nave diretta a Calcutta. Da questo viaggio nasce il suo amore per l’esotismo. Dopo soli dieci mesi fa ritorno a Parigi, dove, ormai maggiorenne, entra in possesso dell’eredità paterna, che gli permette di vivere per qualche tempo in grande libertà. In questo periodo frequenta i migliori letterati dell’epoca e conosce Jeanne Duval, un’attrice meticcia che gli starà, tra alti e bassi, vicina per sempre.
Ma quando, dopo due anni, M.me Aupick scopre che il figlio ha già speso circa la metà del lascito paterno, consigliata dal marito, intraprende una procedura per poter ottenere un curatore a cui venga affidato il compito di amministrare con maggiore oculatezza il resto dell’eredità. Da ora in avanti, Baudelaire sarà costretto a chiedere al proprio tutore anche per le piccole esigenze.
L’anno dopo Baudelaire tentò il suicidio. Uscirono, poi, le sue prime critiche d’arte e le sue prime poesie.
Nel 1848 partecipa ai moti rivoluzionari di Parigi. Nel 1850 scopre Edgar Allan Poe, il grande scrittore americano, alla cui opera dedicherà alcuni anni di vita con saggi e traduzioni.
Nel 1857, a trentasei anni, pubblica Les fleurs du mal. All’inizio non è possibile parlare di grande successo letterario, ma piuttosto di un vero e proprio scandalo: il libro viene processato per immoralità e l’editore, Poulet-Malassis, deve sopprimere sei delle cento poesie.
Intanto, le condizioni di vita di Baudelaire continuano a peggiorare, e peggiora anche il suo stato di salute, anche a causa dell’alcool e dell’oppio. Di queste esperienze rimane testimonianza soprattutto nel libro Les paradis artificiels ( 1860). Invecchia precocemente, ma proprio in questi anni lavora con alacrità. Nel 1861 tenta nuovamente il suicidio.
Comincia a comporre i poemi in prosa di Le spleen de Paris, che usciranno postumi nel 1869.
Con la speranza, attraverso una
serie di conferenze, di guadagnare un po’ di denaro, nel 1864 parte per il
Belgio. Vi trascorre, invece, giorni di assoluta miseria, tra indicibili
sofferenze fisiche e morali. Inoltre aumenta la sua difficoltà di rapporti con
la società borghese. Proprio in quel paese, nel 1866, a Namur, mentre sta
visitando la chiesa di Saint-Loup, viene colpito da un attacco di emiplegia e di
afasia. Rimane paralizzato nel lato destro del corpo. Il 31 agosto del 1867, a
Parigi, nella casa di cura del dottor Duval, Charles Baudelaire muore a
quarantasei anni. È sepolto nel cimitero di Montparnasse, insieme alla madre e
al detestato patrigno.
Nel 1949 la Corte di Cassazione francese riabilita la sua memoria e la sua
opera.
I fiori del male
In quest’opera, che è alla base della poesia moderna, Baudelaire unisce il suo gusto parnassiano per la forma con i contenuti, figli di un tardo romanticismo ma spinti all'estremo. Temi quali la morte, l’amore e lo slancio religioso vengono estremizzati col gusto dell'orrore, il senso del peccato e il satanismo.
A detta dello stesso Baudelaire, l'opera va intesa come un viaggio immaginario che il poeta compie verso l'inferno che è la vita. Nella prima sezione "Spleen et ideal" Baudelaire esprime lo stato di malessere del poeta. Egli è uno spirito superiore capace di elevarsi al di sopra degli uomini e di percepire con la sua sensibilità innata le segrete corrispondenze tra gli oggetti, i profumi e gli elementi della natura (Correspondances, che anticipa temi tanto cari al decadentismo ), ma proprio a causa delle sue capacità il poeta è maledetto dalla società (Benedition) e diventa oggetto di scherno per gli uomini comuni. Baudelaire sceglie l'albatros per simboleggiare questa condizione. Come il grande uccello marino, infatti, il poeta si eleva ai livelli più alti della percezione e della sensibilità ma una volta sulla terra ferma non riesce a muoversi proprio a causa delle sue capacità (paragonate alle ali dell'albatros). La causa della sofferenza del poeta è lo spleen (letteralmente "milza"), un’ angoscia esistenziale profonda e disperata che lo proietta in uno stato di perenne disagio che Baudelaire descrive in ben quattro splendidi componimenti tutti col titolo di "Spleen".
La seconda sezione "Tableaux parisiens" rappresenta il tentativo del poeta di fuggire l'angoscia proiettandosi al di fuori della sua dimensione personale nell'osservazione della città. Tuttavia il tentativo si rivela vano, poiché nel guardare lo spirito inquieto della grande città non trova che gente sofferente proprio come lui.
I fiori del male sono i paradisi artificiali e gli amori proibiti e peccaminosi che danno l'illusoria speranza di un conforto. Quando anche questi effimeri piaceri vengono a svanire al poeta non rimane che "La revolte", il rinnegamento di Dio e l'invocazione di Satana che tuttavia non si rivela utile alla sua fuga.
L'ultimo appiglio per lo spirito disperato del poeta è la morte, intesa non come passaggio ad una nuova vita ma come distruzione e disfacimento a cui tuttavia il poeta si affida nel disperato tentativo di trovare nell'ignoto qualcosa di nuovo, diverso dall'onnipresente angoscia.

La fine del
giorno
Sotto una luce bigia, senza posa,
senza ragione, si contorce e incalza
danzando, spudorata e rumorosa,
la Vita: così, poi, quando s'innalza
voluttuosa la notte all'orizzonte,
e tutto, anche le fami, in sé racqueta,
tutto annuvola e spegne, anche le onte,
"Eccoti, alfine!" mormora il poeta.
"Pace ti chiede il mio spirito ed ogni
mia fibra, pace, e null'altro elisire;
ricolmo il cuore di funebri sogni,
vo' stendere le mie membra supine
nella frescura delle tue cortine
e quivi sempre, o tenebra, dormire!
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Quando passa
Quando passa con vesti ondose e iridescenti,
a una grazia di danza informa ogni movenza,
quasi, in cima a un bastone, quei sinuosi serpenti
che i giocolieri sacri agitano in cadenza.
Come la sabbia e il cielo dei deserti roventi,
sordi entrambi a ogni voce d'umana sofferenza,
come il giuoco dell'onda nel viluppo dei venti,
ella si stende e snoda con piena indifferenza.
I suoi limpidi occhi sono pietre stupende,
e nella sua natura allegorica e strana,
dove l'antica sfinge un cherubo asseconda,
fra l'acciaio e i diamanti, l'oro e la luce, splende
d'un eterno splendore, come una stella vana,
la fredda maestà della donna infeconda.
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Armonia della sera
Già s'avvicina l'ora che
trepido ogni fiore
come un vaso d'incenso svapora sullo stelo;
solcano effluvi e musiche la sera senza velo;
malinconico valzer, delirante languore!
Ogni fiore svapora trepido sullo stelo;
il violino geme come un afflitto cuore;
malinconico valzer, delirante languore!
Come un altare immenso è triste e bello il cielo.
Il violino geme come un afflitto cuore,
un mite cuore, ch'odia il nulla vasto e gelido!
Come un altare immenso è triste e bello il cielo;
nel suo sangue rappreso il sole immoto muore.
Un mite cuore, ch'odia il nulla vasto e gelido,
dei bei giorni che furono raccoglie ogni bagliore;
nel suo sangue rappreso il sole immoto muore....
Il tuo ricordo in me brilla come un cimelio.
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Tristezze
della luna
Nei suoi sogni la luna è più pigra, stasera:
come una bella donna su guanciali profondi,
che carezzi con mano disattenta e leggera
prima d'addormentarsi i suoi seni rotondi,
lei su un serico dorso di molli aeree nevi
moribonda s'estenua in perduti languori,
con gli occhi seguitando la apparizioni lievi
che sbocciano nel cielo come candidi fiori.
Quando a volte dai torpidi suoi ozi una segreta
lacrima sfugge e cade sulla terra, un poeta
nottambulo raccatta con mistico fervore
nel cavo della mano quella pallida lacrima
iridescente come scheggia d'opale.
e, per sottrarla al sole, se la nasconde in cuore.
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Spleen
Quando il cielo basso e
greve pesa come un coperchio
Sullo spirito che geme in preda a lunghi affanni,
E versa abbracciando l'intero giro dell'orizzonte
Una luce diurna più triste della notte;
Quando la terra è
trasformata in umida prigione,
Dove come un pipistrello la Speranza
Batte contro i muri con la sua timida ala
Picchiando la testa sui soffitti marcescenti;
Quando la pioggia
distendendo le sue immense strisce
Imita le sbarre di un grande carcere
Ed un popolo muto di infami ragni
Tende le sue reti in fondo ai nostri cervelli,
Improvvisamente delle
campane sbattono con furia
E lanciano verso il cielo un urlo orrendo
Simili a spiriti vaganti senza patria
Che si mettono a gemere ostinati
E lunghi trasporti
funebri senza tamburi, senza bande
Sfilano lentamente nella mia anima vinta; la Speranza
Piange e l'atroce angoscia dispotica
Pianta sul mio cranio chinato il suo nero vessillo.
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La musica
Spesso la musica mi porta via
come fa il mare.
Sotto una volta di bruma o in un vasto etere
metto vela verso la mia pallida stella.
Petto in avanti e polmoni gonfi come
vela
scalo la cresta dei flutti accavallati
che la notte mi nasconde;
sento vibrare in me tutte le
passioni
d'un vascello che dolora, il vento gagliardo,
la tempesta e i suoi moti convulsi
sull'immenso abisso mi
cullano.
Altre volte, piatta bonaccia,
grande specchio della mia disperazione!
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