Il silenzio e sullo sfondo il vociare della televisione, di là nel
salotto. In cucina, la mia, il tavolo è apparecchiato per due persone.
Per me e per l’altra.
Osservo la parete di fronte. I piatti murali di Vietri e di Deruta.
Sulla mensola trionfano vasi in ceramica, diversi nelle misure e nelle
forme e nei ricordi disegnati tutt’intorno. Mi piace acquistare, durante
i miei viaggi, questi oggetti inutili ma che hanno lo scopo di riempire
e abbellire spazi vuoti. I miei. Piantine grasse spuntano dalle loro
bocche, occupando lo spazio in multiformi e insolite estensioni.
La mia mano chiusa a pugno sorregge la testa inclinata verso sinistra.
Il mio corpo è completamente rilassato. I pensieri seguono vie contorte.
Lo sguardo torna sul tavolo. Con il cucchiaio rimescolo la minestra
ormai fredda e la consumo lentamente seguendo con attenzione il percorso
mentre discende nello stomaco.
Improvvisamente in quel confuso vociare dentro quella scatola grigia, a
bella vista nel salotto, accesa solo per emulare la presenza di qualcosa
di dinamico in casa e dove scorrono immagini che ormai non mi
interessano più come una volta, colgo una frase. "Ti amo!"
E su quelle parole spuntano, come le mie piantine grasse, i volti di
quegli uomini che hanno adagiato il loro corpo grasso e spinoso nei miei
vasi... sulla mia pelle ormai scolorita. Assetata di linfa.
Risento le loro voci. Accenti diversi. Parole lievitate sotto coperte
colorate, ora di cotone ora di lana. Calori diversi. Sensazioni diverse.
Piogge ora fredde. Ora temporali estivi.
Ma è giunto il momento di tirare qualche somma. Stasera devo fare i
conti con te. Con me. Con quella solitudine che mi fa precipitare nelle
ore vuote del passato. Con quella poesia che m'invita al viaggio verso
un futuro ignoto.
Prendo il bicchiere con due mani e lo porto alla bocca lentamente. Un
sorso alla volta. Un pensiero per volta.
Assaporo il gusto nel non gusto. Del colore trasparente cerco di carpire
le sfumature.
Mi piace l'acqua. Più di quelle bevande sofisticate che brillano ma
pizzicano lo stomaco fino a farmi star male.
L'acqua pura, se mantenuta fresca, è più che sufficiente a dissetare
dalla paura di disidratazione.
Un blues ora accompagna per mano l'acqua deglutita. Giri di danza su se
stessa. Una nenia lì in fondo dove frugare può spezzare il ritmo.
Un’altalena che va su e giù. E ancora su e poi giù.
Balla cara amica. Questo blues suona per te. Note malinconiche che
seguono quel dondolio. Su e giù e ancora su e poi nuovamente giù. Tu
danza.
La vita scorre con ritmi che seguono linee spezzate. Tu gira sempre
l’angolo. E danza.
E intanto l’acqua scorre giù, lì in fondo. Una nenia che danza su se
stessa.
Maria 24 aprile 2007
Danza di
una donna
Donna
che fragile danzi
su palchi innalzati da falsi eroi
e inciampi nei vuoti dei sentimenti
lì dove la luce si mostra
nelle sue forme evanescenti.
Ti alzi
leccando l' amaro del dolore
speri che la ferita rimargini
e, portando la mano
tra le crespe ciocche del cuore,
continui a posare i passi
sulle travi del palco
lì dove la luce,
al peso del tuo sguardo,
si mostra come timido gladiolo.
Donna
danza
la musica non smette...
danza sinuosa
al turbinio delle note
che scivolano fluide
a riempire, del tuo cuore,
le labbra desiderose
di bere nel fiume della vita.
Maria 2 ottobre 2006


